Canta e cammina.. l'Amore è tutto!

“Dio ama ognuno di noi come se ci fosse solo uno di noi.”

 

Sant'Agostino 

 

 

 

Mi dà speranza un Signore che mi assicura: il tuo desiderio di amore è già amore. Il tuo desiderio di preghiera è già preghiera. Il tuo desiderio di incontrarmi è già incontro

 

Tu non mi cercheresti se io non ti avessi già trovato

 

 

Sant'Agostino

Speranza.. memoria del futuro

Incontro alla Gioia Pasquale con Sant'Agostino

 

 L'Amore di Dio, nostra forza, ci illumina il volto incontro al mondo 

 

IV settimana di Quaresima

 

DAI "DISCORSI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO (Sermo 136/C, 1-3.5)

 

Vedere la luce di Dio

 

Le opere proprie di Cristo Signore, quelle che allora egli compì nei corpi, compie ora nei cuori. Sebbene non cessi affatto di operare anche in molti corpi, tuttavia nei cuori la sua azione è superiore. Se indubbiamente è gran cosa la vista della luce del cielo, quanto è più grande vedere la luce di Dio! A questo fine infatti sono risanati gli occhi del cuore, a questo vengono aperti, a questo sono purificati, affinché vedano la luce, che è Dio. Infatti Dio è luce, afferma la Scrittura, e in lui non ci sono tenebre (1Gv 1, 5); e il Signore nel Vangelo: Beati i puri di cuore perché vedranno Dio (Mt 5, 8). Perciò noi che restiamo ammirati che questo cieco ora vede, con tutte le nostre forze, di cui Dio stesso ci fa dono, perseveriamo nella preghiera affinché i nostri cuori siano risanati ed anche purificati. A che giova infatti essere stati resi mondi dai peccati nel fonte battesimale e subito dopo tornare a macchiarsi con perfidi costumi?

 

Il compiersi progressivo di quest’opera del Signore, per la quale il cieco ebbe la luce degli occhi, induce a intravedere qualcosa di grande e di essenziale. Evidentemente il Signore Gesù Cristo poteva - e chi è che può dire: Non poteva? - toccargli gli occhi senza l’impasto di saliva e di fango, e subito rendergli, o piuttosto, dargli la vista. Poteva farlo. Che dovrei dire: Se avesse toccato? Che cosa egli non poteva fare con la parola se lo avesse voluto? Mediante la parola che cosa è impossibile alla Parola, non ad una parola qualsiasi, ma a quella che in principio era il Verbo, e il Verbo era Dio. Questo Verbo in principio Dio presso Dio si fece carne per abitare in mezzo a noi (Gv 1, 1-2.14). […] Seguì perciò, nel curare questo cieco nato, nel quale era figurato il genere umano, nato cieco; seguì perciò anche il Signore un procedere graduale in quest’uomo da illuminare. Sputò in terra e fece del fango, poi con quello intriso di saliva spalmò gli occhi di lui.

 

Ma considera dove fu inviato a lavarsi il volto. Alla piscina di Siloe. Che significa "Siloe"? Opportunamente non lo tacque l’Evangelista: che significa "inviato" (Gv 9, 7). Chi è l’inviato se non colui del quale è detto: Ecco l'Agnello di Dio? In lui stesso viene lavato il volto e chi era stato spalmato vede, perché in Cristo Signore si realizzò ogni profezia. Chi non conosce Cristo procede impedito nella vista. Ma tale procedere graduale usato prima sugli occhi di quest’uomo, ebbe seguito anche nel cuore di lui. Ponete attenzione al modo di condurre l’interrogatorio da parte dei Giudei: Tu che dici di quest’uomo? Dico - rispose - che è un profeta (Gv 9, 17). Non aveva ancora lavato in Siloe gli occhi del cuore. Gli occhi in realtà erano già aperti, ma il cuore era ancora impedito. Quando aveva lavato il volto, rispose come poté, in quanto aveva il cuore impedito, non era ancora vedente. Dette ragione e di avere l’impasto – l’aveva cioè il suo cuore - e, invece, di aver avuto già aperti gli occhi del corpo.

 

Cerchiamo costui che ha già gli occhi aperti, tuttavia ha la vista del cuore ancora impedita. Pieni di sdegno i Giudei, vinti e per di più smascherati, furenti e accecati contro di lui che vedeva, lo cacciarono fuori. Nel momento in cui lo cacciarono fuori, allora entrò là, da dove i Giudei presenti nella casa di Dio non lo avrebbero potuto cacciare fuori. Quindi, cacciato fuori, trovò nel tempio il Signore che gli parlò - certamente era conosciuto da chi gli aveva reso la vista del corpo, restando coperto il cuore. Ora ha la vista del cuore, ora va a Siloe, perché ora riconosce l’Unigenito inviato -. Tu credi - dice - nel Figlio di Dio? E quello: Chi è, Signore, perché io creda in lui? Come impedito, non ancora vedente. E il Signore: Lo hai visto e colui che parla con te è proprio lui. L’ascolto di queste parole equivale a lavare il volto del cuore. Finalmente quello, lavato già il volto, con la vista del cuore disse: Credo, Signore, e gli si prostrò innanzi, e lo adorò (Gv 9, 34-38).

 

 

 

I

Siamo luce per gli altri nelle nostre azioni in quanto riflettiamo la Luce che proviene dall’alto. Impariamo a riscoprire il primato di Dio nella nostra vita, a riconoscere come suoi quei meriti e quelle opere meravigliose che noi possiamo realizzare. Scrive l’apostolo Paolo nella prima lettera ai Corinti (15, 10): Per grazia di Dio sono quello che sono e la sua grazia in me non è stata vana.

 

 

 

DAI "DISCORSI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 136/B, 2-3)

 

Accorriamo a Cristo per ricevere la luce

Cristo è venuto come Salvatore. In un certo passo afferma pure: Il Figlio dell’uomo non è venuto infatti per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui (Gv 3, 17). Di conseguenza, se è venuto per questo, per salvare, trova pieno consenso l’affermazione che sia venuto perché quelli che non vedono vedano. Quello invece che resiste al buon senso è il perché quelli che vedono diventino ciechi. Se giungiamo a comprendere, non è impenetrabile, è semplice. Ma perché intendiate come sia stato detto in tutta verità, tornate a guardare proprio quei due che pregavano nel tempio. Il Fariseo vedeva, il Pubblicano era cieco. Che significa: "vedeva"? Si riteneva uno con gli occhi aperti, si vantava della sua vista, cioè della giustizia. Quello, invece, era cieco perché confessava i suoi peccati. Quello vantò i suoi meriti, costui confessò i suoi peccati.

 

Perciò si affrettino i ciechi a ricorrere a Cristo per ricevere la luce. Cristo è infatti la luce del mondo, anche in mezzo agli uomini peggiori. Si sono compiuti miracoli divini e non c’è stato alcuno che ha fatto miracoli dall’inizio del genere umano se non colui al quale si rivolge la Scrittura: Tu sei il solo che compi meraviglie (Sal 71, 18). Per quale ragione fu detto: Tu sei il solo che compi meraviglie, se non perché quando egli vuole operare non ha bisogno dell’uomo? L’uomo, invece, quando opera, ha bisogno di Dio. Egli solo ha compiuto meraviglie. Perché? Perché il Figlio di Dio è nella Trinità con il Padre e lo Spirito Santo, assolutamente un solo Dio, il solo che compie meraviglie. Ma i discepoli di Cristo compiono anch’essi cose mirabili, nessuno da solo, però. Quali cose mirabili compirono anch’essi? Così com’è scritto negli Atti degli Apostoli: gli infermi bramavano toccare i lembi delle loro vesti e, al contatto, venivano risanati; gli infermi che erano a giacere desideravano di essere coperti dall’ombra di quelli quando s’incontravano a passare. Quali cose mirabili operarono, ma, da soli, nessuno di loro! Ascolta il loro Signore: Senza di me, nulla potete fare (Gv 15, 5). Pertanto, carissimi, amiamo il patriarca come patriarca, il profeta come profeta, l’apostolo come apostolo, il martire come martire; tuttavia, al di sopra di tutte le cose riserviamo a Dio la nostra predilezione e, senza esitazione alcuna, attendiamoci di essere salvati proprio da lui solo. Ci possono aiutare le preghiere dei santi che godono dei meriti per dono di Dio, tuttavia non dovuto ad alcun precedente effetto dei loro meriti, poiché i meriti di qualsiasi santo sono doni di Dio. È Dio che opera in luce manifesta, che opera in segreto, che opera nelle cose visibili, che opera nei cuori. Egli nel suo tempio compie le sue meraviglie quando opera negli uomini giusti. Tutti i santi, infatti, sono fusi in uno dal fuoco dell’amore e formano per Dio un unico tempio, e i singoli sono un tempio e tutti insieme un tempio solo.

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

Dio è Padre di misericordia, con lo sguardo fisso all’orizzonte in attesa del ritorno del peccatore; è pronto alla sua accoglienza e al suo riscatto. A tale riguardo risulta consolante la profezia di Isaia (1, 18): Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana. Tuttavia Dio non fa violenza al peccatore, non gli impone la salvezza: attende che ci sia sempre un movimento di ritorno, un primo passo dell’uomo verso la conversione, che si compie attraverso l’ascolto e la docilità alla sua Parola (Is 1, 19).

 

 

 

DAI "DISCORSI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Sermo 135, 5.6-6.7)

 

Dio ascolta ed esaudisce i peccatori che si riconoscono tali

Nelle parole dell’uomo che era cieco c’è un non so che capace di turbare e forse indurre a perdere la speranza quanti non ne intendono il senso vero. Quello stesso uomo al quale furono aperti gli occhi, tra le altre espressioni, giunse ad asserire: Noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori (Gv 9, 31). Che facciamo, se Dio non ascolta i peccatori? Abbiamo il coraggio di supplicare Dio se non ascolta i peccatori? Datemi uno che preghi ed ecco c’è chi può esaudire. […] Dammi quel Pubblicano. Vieni, Pubblicano, poniti in mezzo, fa’ vedere la tua speranza, perché i deboli non cessino di sperare. Ecco infatti il Pubblicano salire a pregare e il Fariseo con lui; e a capo basso, tenendosi a distanza e battendosi il petto, diceva: Signore, abbi pietà di me peccatore. E si allontanò perdonato, a differenza di quel Fariseo (Lc 18, 10ss). Quello che disse: Abbi pietà di me peccatore, affermò il vero o il falso? Se disse il vero, era peccatore; e venne esaudito e fu perdonato. Che vuol dire allora ciò che hai detto tu dopo che il Signore ti aprì gli occhi: Noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori? Ecco, Dio ascolta i peccatori. Lava, però, il tuo volto interiore, si operi nell’intimo ciò che si è curato di fare al tuo aspetto esterno, e ti renderai conto che Dio ascolta i peccatori. Ti ha tratto in inganno il divagare della tua mente. C’è dell’altro che il Signore deve operare in te. Indubbiamente quel [cieco] venne espulso dalla sinagoga; il Signore lo apprese, lo incontrò e gli disse: Credi tu nel Figlio di Dio? E quello: Chi è, Signore, perché io creda in lui? Guardava e non vedeva: guardava con gli occhi, ma con la mente non discerneva ancora. Gli affermò il Signore: Tu l’hai visto, e colui che parla con te è proprio lui. Allora, prostratosi, lo adorò (Gv 9, 35-38). Fu allora che deterse il volto interiore.

 

Volgetevi perciò alla preghiera, peccatori! Confessate i vostri peccati, supplicate affinché siano rimossi, implorate che abbiano termine, scongiurate che appunto essi vengano meno intanto che voi progredite; tuttavia non cessate di sperare e, da peccatori, pregate. Chi è infatti che non ha commesso peccato? Prendi a considerare dai sacerdoti: Offrite sacrifici prima per i vostri peccati, e poi per il popolo (Lev 16, 6). I sacrifici erano prove d’accusa a carico dei sacerdoti; così che se alcuno si fosse dichiarato giusto e senza peccato, potesse essergli opposto: Non bado a ciò che vai dicendo, ma a ciò che offri; ti scopre la vittima per tuo conto. Perché fai l’offerta per i tuoi peccati, se da ogni peccato tu sei immune? O magari fingi con Dio nel sacrificare a lui? Ma può darsi che erano peccatori i sacerdoti del popolo antico e che non sono peccatori quelli del popolo nuovo. È vero, fratelli, perché Dio lo ha voluto, sono sacerdote proprio di lui, sono peccatore, insieme a voi mi batto il petto, insieme a voi chiedo il perdono, con voi spero che Dio sia benevolo. Ma forse gli Apostoli santi, i massimi arieti del gregge, i pastori membra del Pastore, appunto essi forse non avevano il peccato. Veramente lo avevano, anch’essi lo avevano; non se ne adontano, perché lo confessano. Da me non avrei l’ardire. Prima di tutto, sta’ a sentire il Signore stesso che si rivolge agli Apostoli: Pregate così. Come riguardo a quei sacerdoti si dava prova mediante i sacrifici, ugualmente per costoro mediante l’orazione. Pregate così. E tra le altre petizioni che comandò si facessero, assegnò anche questa: Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6, 9.12). Che dicono gli Apostoli? Chiedono ogni giorno per sé la remissione dei debiti. Si presentano da debitori, si allontanano perdonati, e tornano alla preghiera da debitori. Questa vita non è immune da peccato, così che tante volte si prega, altrettante volte vengono rimessi i peccati.

 

 

 

 

INTRODUZIONE

Se l’uomo desidera ardentemente di unirsi a Dio non può non seguire Cristo: il Verbo, divenuto carne, è disceso dal cielo per indicare, in senso inverso, all’uomo la via che lo riconduce in cielo. Cristo dunque è la via per eccellenza; percorrendola, l’uomo potrà appagare il desiderio di verità e vita eterna. Da sé, con le sue deboli forze, l’uomo non avrebbe mai potuto ascendere a Dio; ed ecco che Dio si è degnato di indicarci in Cristo il cammino da seguire. "Attraverso l’umanità di Cristo puoi arrivare alla divinità di Cristo. Dio è troppo lontano da te, ma Dio si è fatto uomo. Colui che era lontano da te, assumendo l’umanità si è fatto vicino a te. È insieme Dio e uomo: Dio in cui rimanere, uomo per il quale andare. Cristo è insieme la tua strada e la tua meta" (Sermo 261, 7).

 

 

 

DAL "COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO VESCOVO (In Io. Ev. tr. 34, 9)

 

Seguire Cristo via, verità e vita

Cosa seguono coloro che sono stati liberati e raddrizzati, se non la luce dalla quale si sentono dire: Io sono la luce del mondo; chi segue me non cammina nelle tenebre? (Gv 8, 12) Sì, perché il Signore illumina i ciechi. Noi veniamo ora illuminati, o fratelli, con il collirio della fede. Egli dapprima mescolò la sua saliva con la terra per ungere colui che era nato cieco (cf. Gv 9, 6). Anche noi siamo nati ciechi da Adamo e abbiamo bisogno di essere da lui illuminati. Egli mescolò la saliva con la terra: Il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi (Gv 1, 14). Mescolò la saliva con la terra, perché era stato predetto: La verità è uscita dalla terra (Sal 84, 12), ed egli dice: Io sono la via, la verità e la vita (Gv 14, 6). Noi godremo pienamente della verità quando lo vedremo faccia a faccia. Anche questo, infatti, ci è stato promesso. E chi oserebbe sperare ciò che Dio non si fosse degnato promettere o dare? Lo vedremo faccia a faccia. Dice l'Apostolo: Adesso conosco in parte, adesso vedo in modo enigmatico come in uno specchio, allora invece faccia a faccia (1Cor 13, 12). E l’apostolo Giovanni nella sua epistola aggiunge: Carissimi, già adesso noi siamo figli di Dio, ma ancora non si è manifestato ciò che saremo; sappiamo infatti che quando egli si manifesterà, saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è (1Gv 3, 2). Che grande promessa è questa! Se lo ami, seguilo! Io lo amo, - tu dici - ma per quale via debbo seguirlo? Vedi, se il Signore tuo Dio ti avesse detto soltanto: Io sono la verità e la vita, il tuo desiderio della verità e il tuo anelito per la vita ti spingerebbero a cercare la via per poter giungere all’una e all’altra, o diresti a te stesso: Che grande cosa la verità, che grande cosa la vita, oh se l’anima mia sapesse come giungervi! Cerchi la via? Ascolta il Signore; è la prima cosa che egli ti dice. Ti dice: Io sono la via; la via per arrivare dove? e sono la verità e la vita. Prima ti dice che via devi prendere, poi dove devi arrivare: Io sono la via, io sono la verità, io sono la vita. Dimorando presso il Padre, egli è la verità e la vita; rivestendosi di carne, è diventato la via. Non ti è detto: sforzati di cercare la via per giungere alla verità e alla vita; non ti è stato detto questo. Pigro, alzati! La via stessa è venuta a te e ti ha scosso dal sonno; e se è riuscita a scuoterti, alzati e cammina! Forse tenti di camminare e non riesci perché ti dolgono i piedi; e ti dolgono perché, forse spinto dall’avarizia, hai percorso duri sentieri. Ma il Verbo di Dio è venuto a guarire anche gli storpi. Ecco, dici, io ho i piedi sani, ma non riesco a vedere la via. Ebbene, egli ha anche illuminato i ciechi.

 

 

 

INTRODUZIONE

Nel libro XII delle Confessioni (10, 10) nel descrivere il proprio itinerario spirituale di dialogo con Dio Agostino ricorre alla metafora luce/tenebra. È solo un esempio che riportiamo, quale testimonianza del livello mistico delle sue parole: "O verità, lume del mio cuore, non siano le mie tenebre a parlarmi! Riversatomi fra gli esseri di questo mondo, la mia vista si è oscurata; ma anche di quaggiù, di quaggiù ancora ti ho amato intensamente. Nel mio errore mi sono ricordato di te, ho udito alle mie spalle la tua voce che mi gridava di tornare, con stento l’ho udita per il tumultuare di uomini insoddisfatti. Ed ora torno riarso e anelante alla tua fonte. Nessuno me ne tenga lontano, ch’io ne beva e ne viva".

 

 

 

DAL "COMMENTO ALLA PRIMA LETTERA DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO VESCOVO (In 1 Io. Ep. 1, 4-5)

 

La luce di Dio

È questo il nostro annuncio: Che Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Chi oserebbe dire che in Dio ci sono tenebre? Ma che cosa si intende per luce, che cosa per tenebre? Non deve capitare di stabilire nozioni che abbiano qualche legame con la nostra vista materiale. Dio è luce dice uno qualsiasi, ma anche il sole è luce, anche la luna è luce, anche la lucerna è luce. La luce di Dio deve essere evidentemente qualcosa di superiore a queste luci, di più prezioso ed eccellente. Tanto questa luce deve essere al di sopra delle altre, quanto la creatura dista da Dio, quanto il Creatore dalla sua creazione, la Sapienza da ciò che per suo mezzo fu fatto. Potremo essere vicini a questa luce, se conosceremo quale essa sia, se ad essa ci accosteremo per esserne illuminati; poiché in noi stessi siamo tenebre, ma, illuminati da essa, possiamo divenire luce e non essere dalla luce confusi, dato che siamo da noi stessi confusi. Chi è confuso da se stesso? Chi si riconosce peccatore. Chi non è confuso dalla luce? Chi ne è illuminato. Ma che significa essere illuminati? Chi s’accorge di essere ricoperto delle tenebre dei peccati e brama essere rischiarato da quella luce, ad essa s’accosta. Perciò dice il salmo: Accostatevi a lui e siatene illuminati e i vostri volti non arrossiranno (Sal 33, 6). Ma non arrossirai di essa, se nel momento in cui ti rivelerà ripugnante a te stesso, sentirai dispiacere di questo tuo stato e capirai quanto è bella quella luce.

 

[…] Tu sostieni di vivere con Dio e poi cammini nelle tenebre. Ma Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Come è possibile una convivenza tra luce e tenebre? Ognuno perciò dica: Che posso fare? Come sarò luce io che vivo nei peccati e nelle iniquità? Subentrano allora la tristezza e la disperazione. Non v’è salvezza fuor che nell’unione con Dio. Dio è luce ed in lui non vi sono tenebre. Ma i peccati sono tenebra, poiché l’Apostolo chiama il diavolo ed i suoi angeli signori delle tenebre (cf. Ef 6, 12). Così non li chiamerebbe, se non fossero anche i padroni dei peccatori, i dominatori degli iniqui. Che possiamo fare, fratelli miei? Dobbiamo associarci a Dio, poiché non esiste altra speranza di vita eterna. Ma Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Ogni iniquità è tenebra e noi siamo sommersi dalle iniquità, così che non possiamo associarci a Dio; che speranza ci resta allora? Non vi avevo forse avvisato che vi avrei intrattenuto su cose che procurano gioia? Non facendolo, siamo immersi nella tristezza. Dio è luce ed in lui non ci sono tenebre. I peccati sono tenebre. Che sarà di noi? Cerchiamo di ascoltare, perché quanto ci viene dicendo potrebbe recarci consolazione, sollevarci e darci speranza, così che non veniamo meno per strada. Sì, siamo impegnati in una corsa e siamo diretti verso la patria; se disperiamo di giungervi questa disperazione ci fa fermare. Orbene: colui che desidera vederci giungere al termine, ci somministra il cibo lungo il cammino, per averci con sé nella patria. Perciò ascoltiamo le parole di Giovanni: Se diremo di vivere con lui e camminiamo nelle tenebre, noi mentiamo e non siamo nella verità. Non possiamo dire di essere associati a lui, se viviamo nelle tenebre. Se invece camminiamo nella luce, come lui stesso è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri (1Gv 1, 7). Camminiamo dunque nella luce, come lui è nella luce, per poter stare in sua compagnia.

 

  

INTRODUZIONE

Il desiderio di Cristo è il desiderio di luce, di sazietà, di giungere a penetrare nella perfetta conoscenza del mistero di Dio, cioè Cristo, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2, 3). La nostra beatitudine e perfezione è nel tendere a Cristo, nel riposare in Dio per non desiderare più nulla, avendo raggiunto ogni appagamento. Cristo infatti si presenta al nostro cuore come l’insieme di ogni delizia! (Cf. En. in ps. 138, 11)

 

 

 

DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (En. in Ps. 35, 14-15)

 

Vedere la luce di Dio

Dunque, fratelli, siamo figli degli uomini, speriamo nella protezione delle sue ali, e ci inebrieremo nell’abbondanza della sua casa. Mi sono espresso come ho potuto, e come posso vedo, ma non posso esprimermi come vedo. Si inebrieranno nell’abbondanza della tua casa; e li disseterai al torrente della tua delizia. È detto torrente il corso d’acqua che scorre con impeto. Impetuosa sarà la misericordia di Dio, nell’irrigare e nell’inebriare coloro che ora pongono la loro speranza sotto la protezione delle sue ali. Che cos’è quella delizia? È come un torrente che inebria gli assetati. Chi ora dunque ha sete, fondi la sua speranza; chi ha sete abbia la speranza e, inebriato, avrà la realtà; ma prima di avere la realtà, sia assetato nella speranza. Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati (Mt 5, 6).

 

Da quale fonte dunque sarai inondato e donde scaturisce questo così grande torrente della sua delizia? Perché presso di te è la sorgente della vita, dice. Chi è la sorgente della vita, se non Cristo? È venuto a te nella carne, per bagnare la tua gola assetata; sazierà chi spera, Colui che ha bagnato l’assetato. Perché presso di te è la sorgente della vita, nella tua luce vedremo la luce. Qui una cosa è la sorgente ed un’altra la luce: non così lassù. Perché ciò che è la fonte è anche la luce; chiamalo come vuoi, ma non è quello che tu chiami, perché non puoi trovare un nome adeguato, non è racchiuso in un solo nome. Se tu dicessi che è soltanto luce, ti si potrebbe rispondere: Senza ragione dunque mi è stato detto di aver fame e sete: chi infatti può mangiare la luce? Con tutta verità mi è stato detto: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio (Mt 5, 8); se è luce preparo i miei occhi. Prepara anche la gola, perché ciò che è luce è anche sorgente; è sorgente perché sazia gli assetati, luce perché illumina i ciechi. Sulla terra talora in un luogo è la luce, ed in un altro la sorgente. Talvolta infatti i fiumi scorrono anche nelle tenebre; e talora, nel deserto sopporterai il sole, ma non troverai la fonte. Qui dunque queste due cose possono essere separate: lassù non ti affaticherai, perché è sorgente; e non sarai ottenebrato, perché è luce.

 

 DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO VESCOVO (En. in Ps. 58, d. 1, 18-19)

 

Avviciniamoci alla luce che ci illumina

Io invece affiderò a te [Signore] la mia forza; perché, se mi allontano, cado; se mi avvicino, divento più forte. Vedete, fratelli, che cosa accade nell’anima umana. Essa da se stessa non ha luce; da se stessa non ha forza. Tutto quanto di bello c’è nell’anima è la virtù e la sapienza; ma essa, da se stessa, non sa come da se stessa nemmeno può. Non è luce di per sé, né è virtù di per sé. Esiste, però, una origine e una fonte della virtù, una radice della sapienza; esiste una regione, per così dire e se così si può dire, della verità immutabile. Allontanandosi da questa regione, l’anima si ottenebra; avvicinandosi ad essa si illumina. Avvicinatevi a lui, e sarete illuminati (Sal 33, 6), poiché, allontanandovene, siete ottenebrati. Orbene, affiderò a te la mia forza: non mi allontanerò da te, non mi fiderò di me stesso. Affiderò a te la mia forza, perché tu, o Dio, sei il mio rifugio. Dove ero? Dove sono? Donde mi hai tratto? Quali colpe mi hai perdonate? Dove giacevo? A quali altezze sono stato sollevato? Queste cose devo ricordarmi. Come si dice in un altro salmo: Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha accolto (Sal 26, 10). Affiderò a te la mia forza, perché tu, o Dio, sei il mio rifugio.

 

 

Il Dio mio! La sua misericordia mi previene. Ecco cosa vuoi dire la frase: Affiderò a te la mia forza. Significa: In nessun modo presumerò di me. Che cosa, infatti, ho potuto io accumulare di bene per cui tu debba muoverti a compassione di me e giustificarmi? Che cosa hai trovato in me? Soltanto peccati. Di tuo vi hai trovato solo la natura che tu stesso avevi creata; il resto erano mali miei; e tu li hai eliminati. Non io per primo mi sono levato e mosso incontro a te, ma tu sei venuto a svegliarmi. Infatti, la sua misericordia mi previene. Prima che io compia qualcosa di buono, la sua misericordia mi previene.


La sete di Dio

 

III settimana di Quaresima 

 

Dalle "Esposizioni sui salmi" di Sant’Agostino Vescovo (En. in Ps. 41, 2)

 

La dolcezza interiore per Dio

 

Orsù, fratelli, fate vostra la mia avidità, partecipate con me a questo desiderio; amiamo insieme, insieme bruciamo per questa sete, insieme corriamo alla fonte di ogni conoscenza. Aneliamo perciò come il cervo alla fonte, non a quella fonte cui anelano per la remissione dei peccati coloro che debbono essere battezzati, ma, come già battezzati, aneliamo a quella fonte della quale la Scrittura altrove dice: Perché presso di te è la fonte della vita. Egli stesso è la fonte e la luce; perché nella tua luce vedremo la luce (Sal 35, 10). Se è fonte, è anche luce, e giustamente è anche intelligenza che sazia l’anima avida di sapere; e chiunque capisce è illuminato da una certa luce non corporale, non carnale, non esteriore, ma interiore. C’è dunque, fratelli, una certa luce interiore che non hanno coloro che non capiscono. Per questo l’Apostolo dice supplicando a coloro che anelano a questa fonte di vita e da essa qualcosa prendono: Non camminate più come camminano anche i Gentili nella vanità della loro mente, oscurati nell’intelligenza, estraniati dalla vita di Dio a causa dell’ignoranza che è in loro, a cagione della cecità dei loro cuori (Ef 4, 17-18). Orbene se essi sono ottenebrati nell’intelligenza, cioè sono ottenebrati perché non capiscono, ne consegue che coloro che capiscono sono illuminati. Tu, corri alla fonte, desidera le fonti delle acque. Presso Dio c’è la fonte della vita, una fonte inesauribile, nella luce di lui c’è una luce che non si oscurerà mai. Desidera questa luce, questa fonte; una luce che i tuoi occhi non hanno mai conosciuto; vedendo questa luce l’occhio interiore si aguzza, bevendo a questa fonte la sete interiore diventa più ardente. Corri alla fonte, anela alla fonte; ma non correre a casaccio, non correre come corre un qualsiasi animale; corri come un cervo. Che significa "corri come il cervo"? Non essere lento nel correre, corri veloce, anela con prontezza alla fonte.

 

 

 

 

Dalle "Esposizioni sui salmi" di Sant’Agostino Vescovo (En. in Ps. 62, 5-7)

 

La giusta sete per Dio

Ha avuto sete di te l’anima mia. Ci sono infatti alcuni che hanno sete, ma non di Dio. Chiunque vuole ottenere qualcosa, brucia dal desiderio; tale desiderio è la sete dell’anima. E vedete quanti desideri vi sono nel cuore degli uomini: uno desidera l’oro, un altro desidera l’argento, un altro ancora desidera le proprietà, un altro l’eredità, un altro denari in abbondanza, un altro numerose greggi, un altro una casa grande, un altro la moglie, uno gli onori terreni e un altro ancora dei figli. Voi sapete di questi desideri e come essi sono nel cuore degli uomini. Tutti gli uomini ardono dal desiderio; ma quanto è difficile trovare uno che dica: Di te l’anima mia ha avuto sete! La gente ha sete del mondo e non si accorge di essere nel deserto, ove l’anima dovrebbe aver sete di Dio.

 

Dobbiamo dunque aver sete della sapienza, dobbiamo aver sete della giustizia. E di ciò ci sazieremo, per quanto ne siamo capaci, al termine di questa vita, quando raggiungeremo ciò che Dio ci ha promesso, cioè l’uguaglianza con gli angeli. Gli angeli non provano la sete che proviamo noi, non provano la fame che noi conosciamo, ma sono sazi di verità, di luce, di sapienza immortale. Per questo sono beati. E dalla loro sede beata, cioè da quella città, la Gerusalemme celeste, verso la quale noi ora siamo incamminati, essi attendono noi esuli. Hanno compassione di noi, e per ordine del Signore ci aiutano a tornare a quella patria che abbiamo con essi comune, per saziarci insieme con loro alla fonte di verità e di eternità che il Signore ci ha preparata. Allo stato attuale, dunque, l’anima nostra ha sete. Ma di che cosa ha sete anche la nostra carne? Quale è anzi la sua sete in più modi sperimentata? Come alla nostra anima è promessa la beatitudine, così alla carne nostra è promessa la resurrezione. Sì, la resurrezione della carne ci è stata promessa. Ascoltate e imparate; e tenete a mente quale sia la speranza dei cristiani e per qual motivo noi siamo diventati cristiani. Non siamo infatti cristiani per cercare la felicità terrena che molti possiedono, anche i delinquenti e gli scellerati. Per un’altra felicità noi siamo cristiani: per una felicità che otterremo quando sarà finita completamente la vicenda di questo mondo. Ebbene, sì, ci è promessa la resurrezione della carne: e il significato di tale resurrezione promessaci è che questa carne che ora noi portiamo alla fine risorgerà. Non vi sembri incredibile. Se Dio ci ha creati, quando non eravamo, non potrà ricomporre una carne che già esisteva? […] Orbene, la resurrezione della carne che ci è promessa è tale che, pur risorgendo con la stessa carne che ora portiamo, la carne però non avrà più quella corruttibilità che ora possiede.

 

 

 

 

 

Dalle "Esposizioni sui salmi" di Sant’Agostino Vescovo (En. in Ps. 4, 8-9)

 

Cristo abita nell’uomo interiore

Sperate nel Signore. Ma che cosa si spera, se non il bene? Siccome però ciascuno vuole ottenere da Dio quel bene che ama, e difficilmente si trova chi ami i beni interiori - cioè quelli che riguardano l’uomo interiore, i soli che debbono essere amati, mentre gli altri debbono essere soltanto usati per necessità, e non fruiti per goderne -, mirabilmente, dopo aver detto: sperate nel Signore, soggiunge: molti dicono: Chi ci farà vedere il bene? Queste parole e questa domanda ricorrono quotidianamente sulla bocca di tutti gli stolti e gli empi, sia di quelli che desiderano la pace e la tranquillità nella vita del secolo e non la trovano a cagione della perversità del genere umano, i quali osano persino accusare - ciechi - l’ordine delle cose perché credono, tutti presi dai loro meriti, che i tempi presenti siano peggiori di quelli trascorsi; sia di coloro che dubitano o disperano della stessa vita futura che ci è promessa, e perciò dicono spesso: chissà se è vero? Oppure: chi è venuto dall’inferno per annunziarci tali cose? Ebbene, in modo magnifico e conciso, ma solo per chi vede nell’intimo, [il salmista] mostra quali beni debbono essere ricercati. Alla domanda di quanti dicono: Chi ci mostra il bene? risponde: È impressa in noi la luce del tuo volto, o Signore. Questa luce è il completo e vero bene dell’uomo, che si vede non con gli occhi, ma con lo spirito. È impressa, ha detto, in noi, così come nel denaro è impressa l’immagine del re. Perché l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio (cf Gen 1, 26), e questa peccando ha corrotto; il suo bene perciò è vero ed eterno, se rinascendo gli viene impresso. […] Hai messo la gioia nel mio cuore. Non dobbiamo dunque cercare la gioia fuori, presso coloro che, ancora duri di cuore, amano la vanità e ricercano la menzogna, ma dentro, ove è impressa la luce del volto di Dio. Cristo abita infatti nell’uomo interiore (Ef 3, 17), dice l’Apostolo; e spetta dunque all’uomo interiore vedere la verità, dato che [il Signore] ha detto: Io sono la verità (Gv 14, 6).

 

Ma gli uomini che inseguono le cose temporali - e certamente sono molti - non sanno dire altro se non: chi ci mostrerà il bene, perché non sono capaci di vedere i veri e sicuri beni entro se stessi.

 

 

 

 

Da "La Città di Dio" di Sant’Agostino Vescovo (X, 3.2)

 

Il vero culto gradito a Dio

A [Dio] dobbiamo il servizio, tanto nelle varie pratiche rituali come nelle nostre coscienze. Tutti insieme e ciascuno di noi siamo suoi templi (1 Cor 3, 16-17), perché si degna di essere presente nell’unione comunitaria di tutti e in ciascuno, non più grande in tutti che in ciascuno, perché non si accresce nell’estensione e non diminuisce per divisibilità. Quando il nostro cuore è presso di lui diviene il suo altare; lo plachiamo mediante il sacerdozio del suo Unigenito; gli offriamo vittime cruenti se combattiamo fino al sangue per la sua verità; bruciamo per lui un incenso dal profumo delicato, quando bruciamo di pio e santo amore alla sua presenza; promettiamo e rendiamo a lui i suoi doni in noi e noi stessi; gli dedichiamo e consacriamo il ricordo dei suoi benefici nelle celebrazioni festive e nei giorni stabiliti, affinché col trascorrere del tempo non sopravvenga l’ingrato oblio; a lui sacrifichiamo nell’altare del cuore l’offerta dell’umiliazione e della lode fervente del fuoco della carità (Sal 115, 17). Per averne visione, come potrà aversene, e per unirci a lui, ci purifichiamo da ogni contaminazione dei peccati e delle passioni disoneste e ci consideriamo cose divine nel suo nome. Egli è infatti principio della nostra felicità, egli fine di ogni desiderio. Scegliendolo, anzi scegliendolo di nuovo, perché l’avevamo perduto scartandolo dalla nostra scelta; scegliendolo di nuovo [religere] dunque, poiché proprio da questo si fa derivare religione, tendiamo a lui con una scelta di amore per cessare dall’affanno all’arrivo, felici appunto perché in possesso della pienezza in quel fine. Il nostro bene infatti, sul cui fine fra i filosofi esiste una grande controversia, non è altro che vivere in unione con lui, perché l’anima intellettuale si riempie e si feconda delle vere virtù soltanto nell’abbraccio incorporeo, se si può dire, di lui. Ci viene comandato di amare questo bene con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la virtù. Dobbiamo inoltre esser condotti a questo bene da coloro che ci amano e condurvi coloro che amiamo. Così sono adempiuti i due comandamenti da cui dipendono tutta la Legge e i Profeti: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente, e: Amerai il prossimo tuo come te stesso (Mt 22, 37). Perché infatti l’uomo sapesse amare se stesso, gli fu stabilito un fine al quale dirigere tutte le sue azioni per essere felice; chi si ama infatti non vuole altro che essere felice. E questo fine è unirsi a Dio (Sal 72, 28). Dunque a chi sa amare se stesso, quando gli si comanda di amare il prossimo come se stesso, gli si comanda soltanto che, per quanto gli è possibile, lo sproni ad amare Dio. Questo è il culto di Dio, questa la vera religione, questa la retta pietà, questo il servizio dovuto soltanto a Dio.

 

 

 

 

Da "La Città di Dio" di Sant’Agostino Vescovo (X, 5)

 

Fare il bene è il vero sacrificio

Si deve dunque ammettere che Dio non solo non ha bisogno di un animale o di altra cosa corruttibile e terrena, ma neanche dell’onestà dell’uomo. Tutto ciò che riguarda il culto di Dio giova all’uomo e non a Dio. Non si potrà certamente dire di aver provveduto alla sorgente se si beve, o alla luce se si vede. Dagli antichi Patriarchi furono offerti altri sacrifici immolando come vittime gli animali. Ora il popolo di Dio li conosce leggendo nella Scrittura, ma non li offre più. In proposito si deve intendere soltanto che con quei riti furono significati gli atti che si compiono nella nostra coscienza affinché ci uniamo a Dio e per lo stesso fine veniamo in aiuto al prossimo. Dunque il sacrificio visibile è sacramento, cioè segno sacro di un sacrificio invisibile. Per questo il penitente nel profeta o lo stesso profeta, che vuole avere Dio clemente ai propri peccati, dice: Se tu avessi voluto un sacrificio, te lo avrei offerto ma tu non prendi diletto degli olocausti. È sacrificio a Dio un cuore contrito; Dio non sprezzerà un cuore contrito e umiliato (Sal 50, 18-19). Osserviamo come in un medesimo passo dice che Dio non vuole e vuole il sacrificio. Non vuole dunque il sacrificio dell’animale ucciso e vuole il sacrificio del cuore contrito. […] Dice in un passo di un altro salmo (49, 12-13): Se avessi fame, non lo direi a te, perché mia è la terra e quanto contiene. Forse che dovrò mangiare le carni dei tori e bere il sangue dei capri?. Sembra che voglia dire: "Se ne avessi bisogno, non chiederei a te le cose che ho in potere". Poi, spiegando il significato delle parole, soggiunge: Offri a Dio il sacrificio della lode e rendi all’Altissimo le tue offerte e invocami nel giorno della sofferenza, io te ne libererò e tu mi darai gloria (Sal 49, 14-15). […] Nella lettera intestata agli Ebrei (13, 16) l’autore dice: Non dimenticare di fare il bene e di comunicarlo con gli altri; con questi sacrifici si è graditi a Dio. Quindi nella frase della Scrittura: Preferisco opere di bene al sacrificio (Os 6, 6) si deve intendere soltanto che un sacrificio è preferito all’altro, perché quello che comunemente è considerato sacrificio è segno del vero sacrificio. Pertanto, fare il bene è dunque il vero sacrificio.

 

 

 

 

 

Da "La Città di Dio" di Sant’Agostino Vescovo (X, 6)

 

Il sacrificio della comunità cristiana

 

Dunque vero sacrificio è ogni opera con cui ci si impegna ad unirci in santa comunione a Dio, in modo che sia riferita al bene ultimo per cui possiamo essere veramente felici. Quindi anche il bene con cui si soccorre l’uomo, se non si compie in relazione a Dio, non è sacrificio. Pertanto l’uomo stesso consacrato nel nome di Dio e a lui promesso, in quanto muore al mondo per vivere di Dio, è un sacrificio. Anche questo appartiene al bene che l’uomo compie in favore di se stesso. Perciò è stato scritto: Abbi pietà della tua anima col renderti gradito a Dio (Sir 30, 24). Quando castighiamo anche il nostro corpo con la temperanza, se lo facciamo, come è dovere, in relazione a Dio per non offrire le nostre membra come armi d’iniquità al peccato, ma come armi di giustizia a Dio, anche questo è un sacrificio. Ad esso esortandoci l’Apostolo dice: Vi scongiuro, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi come offerta viva, santa, gradita a Dio, come vostro ossequio ragionevole (Rom 12, 1). Allora il corpo che per la sua debolezza l’anima usa come un servo o uno strumento, quando il suo impiego morale e onesto si riferisce a Dio, è un sacrificio. A più forte ragione dunque diviene un sacrificio l’anima stessa quando si pone in relazione con Dio affinché, accesa dal fuoco del suo amore, perda la forma della terrena passione e sottomessa si riformi a lui come a forma che non muta, resa quindi a lui gradita perché ha ricevuto della sua bellezza. L’Apostolo citato esprime questo pensiero soggiungendo: Non conformatevi a questo mondo che passa, ma riformatevi in un rinnovamento della coscienza, per rendervi consapevoli qual è il volere di Dio, l’azione buona, gradita, perfetta (Rom 12, 2). Ora i veri sacrifici sono le opere di misericordia verso noi stessi e verso il prossimo che sono riferite a Dio. Le opere di misericordia inoltre si compiono per liberarsi dalla infelicità e così divenire felici; e questo si ottiene solamente con quel bene di cui è stato detto: Il mio bene è unirmi a Dio (Sal 72, 28). Ne consegue dunque che tutta la città redenta, cioè l’assemblea comunitaria dei santi, viene offerta a Dio come sacrificio universale per la mediazione del sacerdote grande che nella passione offrì anche se stesso per noi nella forma di servo perché fossimo il corpo di un capo così grande. Ha immolato la forma di servo, in essa è stato immolato, perché in essa è mediatore, sacerdote e sacrificio. L’Apostolo dunque ci ha esortato a presentare il nostro corpo come offerta viva, santa e gradita a Dio, come nostro ossequio ragionevole, a non conformarci al mondo che passa ma a riformarci nel rinnovamento della coscienza, per renderci consapevoli qual è la volontà di Dio, l’azione buona, gradita e perfetta. E questo sacrificio siamo noi stessi. Poi soggiunge: Dico nella grazia di Dio, che mi è stata data, a tutti quelli che sono nella vostra comunità di non esaltarvi più di quanto è necessario, ma di valutare con moderazione, nel modo con cui Dio ha distribuito a ciascuno la regola della fede. Come infatti nel corpo abbiamo molte membra che non hanno tutte la medesima funzione, così molti siamo in Cristo un solo corpo e ciascuno è membro dell’altro perché abbiamo carismi diversi secondo la grazia che ci è stata data (Rom 12, 3-5). Questo è il sacrificio dei cristiani: Molti e un solo corpo in Cristo. La Chiesa celebra questo mistero col sacramento dell’altare, noto ai fedeli, perché in esso le si rivela che nella cosa che offre essa stessa è offerta.

 

 

dipinto "Lei, la forza, la vita", 2015, Ivan Pili


 

 

Dio si dona a noi ogni giorno

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO VESCOVO  (Serm. 78, 3-6)

 

 

II settimana di Quaresima 

 

Dio non ti riserva un proprio dono, ma se stesso

 

Mentre la nube li avvolgeva tutti e in certo qual modo facendo per essi una sola tenda, si fece sentire anche una voce che diceva: Questo è il Figlio mio prediletto. Erano lì Mosè ed Elia, eppure discepoli non fu detto: "Questi sono i figli miei diletti". Una cosa è il Figlio unigenito, un'altra cosa sono i figli adottivi. Veniva esaltato Colui del quale si gloriavano la Legge e i Profeti. Questo è il Figlio mio prediletto - è detto - nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo! (Mt 17, 5; Lc 9, 35) Poiché lo avete udito attraverso i Profeti e attraverso la Legge. E quando non lo avete udito? A quelle parole i discepoli caddero bocconi a terra. Ci viene già mostrato nella Chiesa il regno di Dio. Qui c'è il Signore, qui c'è la Legge e i Profeti; ma il Signore in quanto è il Signore, la Legge invece in quanto rappresentata da Mosè e la Profezia rappresentata da Elia; ma essi in quanto servi, in quanto esecutori degli ordini. Essi come recipienti, egli come sorgente. Mosè ed i Profeti parlavano e scrivevano, ma da lui proveniva ciò ch'essi proferivano.

 

Il fatto che i discepoli caddero bocconi a terra significa simbolicamente che moriremo, poiché è stato detto alla carne: Terra sei e nella terra tornerai (Gn 3, 19). Il fatto invece che il Signore li fece rialzare, simboleggiava la risurrezione. Dopo la risurrezione a che ti serve la Legge? a che ti serve la profezia? Ecco perché scompaiono Elia e Mosè. Ti rimane: ln principio era il Verbo e il Verbo era con Dio e il Verbo era Dio (Gv 1, 1). Ti resta che Dio sia tutto in tutti (cf. 1 Cor 15, 28). Vi sarà Mosè ma non vi sarà più la Legge. Vedremo lì anche Elia, ma non più gli scritti del Profeta. Poiché la Legge e i Profeti resero testimonianza a Cristo che doveva patire e il terzo giorno risorgere dai morti ed entrare nella sua gloria (cf. Lc 24, 44-47). Lì si avvererà ciò che ha promesso a coloro che lo amano: Chi mi ama, sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò (Gv 14, 21). E come se gli fosse stato chiesto: "Poiché tu lo amerai, che cosa gli darai?", risponde: Mi farò conoscere a lui (Gv 14, 21). Gran dono, grande promessa! Dio non ti riserva un proprio dono, ma se stesso. Perché mai, avaro, non ti basta ciò che ti promette Cristo? A te sembra d'esser ricco, ma se non hai Dio, che cosa hai? Un altro invece è povero ma se possiede Dio, che cosa non possiede?

 

Scendi, Pietro; desideravi riposare sul monte: scendi; predica la parola di Dio, insisti in ogni occasione opportuna e importuna, rimprovera, esorta, incoraggia usando tutta la tua pazienza e la tua capacità d'insegnare (cf. 2 Tim 4, 2). Lavora, affaticati molto, accetta anche sofferenze e supplizi affinché, mediante il candore e la bellezza delle buone opere, tu possegga nella carità ciò ch'è simboleggiato nel candore delle vesti del Signore. Poiché nell'elogio della carità, letto nella lettera dell'Apostolo, abbiamo sentito: Non cerca i propri interessi (1 Cor 13, 5). Non cerca i propri interessi perché dona quel che possiede. ln un altro passo egli usa un'espressione piuttosto pericolosa qualora non sia ben intesa. L'Apostolo infatti facendo ai fedeli membri di Cristo una raccomandazione conforme alla stessa carità, dice: Nessuno cerchi ciò ch'è proprio, ma quello degli altri (1 Cor 10, 24). L'avaro infatti, al sentire tale precetto, prepara tranelli per frodare negli affari, ingannare qualcuno e cercare non quel ch'è proprio ma la roba d'altri. L'avarizia invece reprima questi desideri e venga avanti la giustizia; ascoltiamo e cerchiamo di capire quel precetto. Alla carità è detto: Nessuno cerchi ciò ch'è proprio, ma quello degli altri. Se però tu, o avaro, ti opponi a questo precetto e piuttosto pretendi ridurre questo precetto al permesso di bramare l'altrui, prìvati del tuo. Ma siccome io ti conosco, tu vuoi avere non solo il tuo ma anche l'altrui. Tu compi frodi per appropriarti dell'altrui; allora lasciati derubare, perché in tal modo tu possa disfarti del tuo. Tu però non vuoi cercare quel ch'è tuo ma ti porti via la roba d'altri. Se fai così, non fai bene. Ascolta, o avaro, ascolta bene. ll precetto: Nessuno cerchi quel ch'è suo, ma quello ch'è di altri, l'Apostolo te lo spiega più chiaramente in un altro passo. Di se stesso dice: Non cerco quel ch'è utile a me personalmente, ma quel ch'è utile a tutti, affinché tutti si salvino (1 Cor 10, 33). Ciò Pietro non lo capiva ancora quando sul monte desiderava vivere con Cristo. Questa felicità Cristo te la riservava dopo la morte, o Pietro. Ora invece egli stesso ti dice: "Discendi ad affaticarti sulla terra, a servire sulla terra, ad essere disprezzato, ad essere crocifisso sulla terra". È discesa la vita per essere uccisa, è disceso il pane per sentire la fame, è discesa la via, perché sentisse la stanchezza nel cammino, è discesa la sorgente per aver sete, e tu rifiuti di soffrire? Non cercare i tuoi propri interessi. Devi avere la carità, predicare la verità; allora giungerai all'eternità, ove troverai la tranquillità.

 

IN BREVE...

Non essere vuota, o anima mia; non assordare l’orecchio del cuore con il tumultuare delle tue vanità. Ascolta anche tu: la Parola stessa ti grida di ritornare... Poni dunque la tua abitazione in Lui, anima mia, a Lui affida tutto ciò che da Lui ricevi. (Confess. 4, 11)

 

 

 

 

INTRODUZIONE

Il confronto con la Parola di Dio non si rivela mai accomodante per la coscienza dell’uomo. Vivere la radicalità del Vangelo comporta sempre uno scontro interiore: "gli uomini non vogliono fare ciò vuole la Parola di Dio". Eppure Dio ha fatto udire dal cielo la sua voce per educare l’uomo (cf. Dt 4, 36), per accordargli felicità, prosperità e lunga vita (cf. Dt 6, 2-3). Come tra due strumenti musicali, dobbiamo sforzarci di armonizzare le nostre azioni con la voce di Dio. Gesù diviene allora il nostro avversario, con il quale si deve trovare un’intesa prima che si compia il suo giudizio sulla storia. Chi si allea con Cristo deve attirare a Lui anche i fratelli, perché ne seguano l’esempio. È questa la preoccupazione continua del pastore, che rischia l’accusa di aver rinnegato Cristo, qualora non abbia esortato i fedeli a mettersi d’accordo con l’avversario.

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO (Serm. 9, 2-3)

 

La Parola è il tuo avversario!

Se di giorno in giorno dobbiamo attendere il giorno incerto, accordati con l'avversario, mentre è con te per via 4. Per via s'intende questa vita, per la quale tutti passano. E questo avversario non si ritira.

 

Ma chi è questo avversario? Non è il diavolo mai la Scrittura ti esorterebbe a metterti d'accordo con il diavolo. È un altro l'avversario, che l'uomo stesso si rende avversario.

 

Chi è dunque l'avversario? La Parola di Dio. La Parola di Dio è il tuo avversario. Perché è avversario? Perché comanda cose contrarie a quelle che fai tu. Ti dice: Unico è il tuo Dio (Dt 6, 4; cf. Es 20, 2-3), adora l'unico Dio. Tu invece, abbandonato l'unico Dio, che è come il legittimo sposo della tua anima vuoi fornicare con molti demoni e, ciò che è più grave, non lo lasci e non lo ripudi apertamente come fanno gli apostati, ma rimanendo nella casa del tuo sposo, fai entrare gli adulteri. Cioè, come cristiano non abbandoni la Chiesa, ma consulti gli astrologi o gli aruspici o gli indovini o i maghi. Da anima adultera, non abbandoni la casa dello sposo, ma ti dai all'adulterio, pur rimanendo sposata con lui. Ti si dice: Non assumere invano il nome del Signore Dio tuo (Es 20, 7), perché non pensi che sia creatura Cristo, per il fatto che per te ha assunto la creatura. E tu disprezzi lui che è uguale al Padre e una sola cosa con il Padre (cf. Gv 10, 30). Ti si dice di rispettare spiritualmente il sabato (cf. Es 20, 8), non come i giudei che osservano il sabato senza far nulla materialmente. Vogliono infatti astenersi dal lavoro per darsi alle frivolezze e alle loro lussurie. Sarebbe molto meglio che il giudeo facesse qualcosa di utile nel suo campo anziché stare turbolento nel teatro, e sarebbe meglio che le loro donne nel giorno di sabato lavorassero la lana anziché danzare impudicamente tutto il giorno sotto i loro porticati. A te è detto di rispettare spiritualmente il sabato, nella speranza del riposo futuro che il Signore ti promette. Chiunque, per quel riposo futuro, agisce nei limiti del possibile, benché sembri faticoso quanto fa, tuttavia se lo riferisce alla fede nel riposo promesso, non ancora possiede il sabato nella realtà, ma lo possiede nella speranza. Tu invece vuoi riposare per affaticarti, mentre dovresti lavorare per poterti poi riposare. Ti si dice: Onora tuo padre e tua madre (Es 20, 12). Rechi ingiuria ai genitori, tu che non vuoi avere pene da parte dei tuoi figli. Ti si dice: Non uccidere (Es 20, 13); tu invece vuoi uccidere il tuo nemico; e forse non metti in pratica questo tuo desiderio perché temi il giudice umano, non perché pensi a Dio. Non sai che egli è testimone anche dei pensieri? Anche se continua a vivere colui che tu vorresti che morisse, Dio ti ritiene omicida nel cuore (1 Gv 3, 15). Ti si dice: Non commettere adulterio (Es 20, 14), cioè non andare con alcun'altra donna all'infuori di tua moglie. Tu invece questo comportamento lo esigi da tua moglie ma non lo vuoi rispettare nei confronti di tua moglie. E mentre dovresti precedere la moglie nella virtù - e la castità è una virtù - tu cadi al primo assalto della libidine. Vuoi che tua moglie ne esca vincitrice, tu rimani vinto.

 

Comandando tutte queste cose, la Parola di Dio è avversario. Infatti gli uomini non vogliono fare ciò che vuole la Parola di Dio. E che cosa dirò del fatto che la Parola di Dio è avversario poiché comanda? Temo di essere avversario anch'io di alcuni, perché dico queste cose. Ma a me che importa? Colui che mi atterrisce spingendomi a parlare mi faccia essere tanto coraggioso da non temere le lagnanze degli uomini. Coloro infatti che non vogliono conservarsi fedeli alle loro mogli - e abbondano questi tali - non vorrebbero che dicessi queste cose. Ma, lo vogliano o non lo vogliano, io parlerò. Se non vi esorto a mettervi d'accordo con l'avversario, rimarrò io in lite con lui. Chi comanda a voi di agire, comanda a me di parlare. Come voi, non facendo quanto comanda di fare, siete suoi avversari, così noi rimarremo suoi avversari se non diciamo quanto comanda di dire.

 

IN BREVE...

Anzitutto badate a non lasciarvi tentare se non intendete ancora le Scritture sante; se le intendete, a non insuperbirvi; quello che non intendete, rimandate ad altri tempi con rispetto, e quello che intendete, tenetelo con sentimenti di carità. (Serm. 51, 35)

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

"Quanto a noi, con la presente opera... ci rivolgiamo a colui che, credendo già in Dio, vuole compiere meglio il suo divino volere. Costui esortiamo a specchiarsi in questo libro per constatare quanto cammino abbia fatto nella santità della vita e nelle opere buone e quanto invece gliene resta da percorrere". Con queste parole Agostino introduce la sua opera Speculum, una raccolta di precetti, isolati dalla Bibbia, perché siano di rapida consultazione. In tal modo il lettore "potrà ringraziare Dio per le mete conseguite e, per quanto non ha ancora raggiunto, impegnarsi per raggiungerlo, mentre lavora e prega con fede e pietà per conservare quello che possiede e per conseguire ciò che gli manca". Il cristiano è invitato a riflettere sulla Bibbia, in un cammino di comprensione e meditazione della Parola di Dio, ed a riflettere nella Bibbia, come davanti ad uno specchio, la sua vita, al fine di riconoscerne gli aspetti positivi e negativi.

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 49, 5-6)

 

La Parola di Dio è la cartina tornasole di ogni tuo comportamento

Riguardo al giudizio, ne ho trattato domenica scorsa dicendo che tu devi giudicare te stesso e, trovandoti distorto, non lusingarti ma correggerti, diventando dritto, in modo che ti piaccia Dio, il quale è retto. In effetti, Dio, che è retto, non piace a chi è tortuoso. Vuoi che ti piaccia colui che è retto? Sii retto! Giùdicati, non ti risparmiare. Ciò che giustamente in te ti dispiace, castigalo, emendalo, correggilo. Ti sia come specchio la sacra Scrittura. Questo specchio ha un riflesso non menzognero, un riflesso che non adula, che non ha preferenze per alcuno. Se sei bello, lì ti vedrai bello; se sei brutto, lì ti vedrai brutto. Quando però sei brutto e prendi lo specchio e lì ti riscontri essere brutto, non incolpare lo specchio. Torna in te: lo specchio non ti inganna; non essere tu a ingannare te stesso. Giùdicati, rattrìstati della tua bruttezza, di modo che, lasciando lo specchio e allontanandoti rattristato, perché sei brutto, una volta corretto puoi ritornare bello. In primo luogo dunque giudica te stesso e giudicati senza adulazione; successivamente giudica con amore anche il prossimo. Puoi infatti giudicare qualcosa solo sulla base di ciò che vedi. Può succedere, ad esempio, che tu veda la colpa di cui tu sei imbrattato; può succedere che lo stesso tuo prossimo ti confessi la sua colpa e manifesti all'amico ciò che teneva nascosto nel cuore. Giudica come vedi. Ciò che non vedi, lascialo al giudizio di Dio. Quando poi giudichi, ama la persona, odia il vizio. Non amare il vizio per l'amore che devi all'uomo; non odiare l'uomo a motivo dei suoi vizi. L'uomo è tuo prossimo, il vizio è un nemico del tuo prossimo. Amerai veramente l'amico solo se e quando odierai ciò che all'amico nuoce. Se credi, farai questo, poiché il giusto vive di fede (Ab 2, 4; Rm 1, 17).

 

Sii dunque simile a un medico. Il medico non amerebbe l'ammalato se non odiasse la malattia. Per liberare il malato, si accanisce contro la febbre. Non amate i vizi dei vostri amici, se amate gli amici stessi.

 

IN BREVE...

A noi è stata data la dolcezza delle Scritture per resistere in questo deserto della vita umana. (Serm. 4, 10)

 

 

 

 

INTRODUZIONE

L’ascolto della Parola di Dio non si identifica con il sentire superficiale e distratto, con un suono che percuote le orecchie e lascia indifferenti. Il vero ascolto richiede un’assimilazione interiore della voce divina. Il peccato che è a monte di qualsiasi altro peccato è quello di chiudere il cuore all’ascolto: è la durezza dei cuori, l’incomprensione che interrompe quel silenzio interiore (silentium cordis), che è la condizione necessaria per dialogare con Dio. Nel Serm. 37, 1 Agostino invita al silenzio i suoi fedeli, perché nel silenzio preparino un nido nel quale accogliere degnamente la Parola di Dio. "Se l’anima è attenta, Dio si lascia vedere nella solitudine" (In Io. Ev. 17, 11).

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 12, 4-5)

 

Dio parla nel silenzio del cuore

Molti sono i modi con cui Dio parla a noi. A volte ci parla tramite qualche documento, come attraverso il libro delle sacre Scritture. Parla tramite qualche elemento del mondo, come ha parlato ai magi attraverso una stella (cf. Mt 2, 2). Che cosa è il parlare se non la manifestazione della volontà? Parla tramite la sorte, come ha parlato nella scelta di Mattia al posto di Giuda (cf. At 1, 26). Parla tramite l'essere umano, come attraverso il profeta. Parla tramite l'angelo, come sappiamo abbia parlato ad alcuni dei patriarchi (cf. Gn 22, 11), dei profeti (cf. Dan 14, 33) e degli Apostoli (cf . At 5, 19-20). Parla tramite una qualche creatura fatta di voce e di suono, come leggiamo e crediamo siano scese delle voci dal cielo, pur non vedendosi nessuno con gli occhi (cf. Mt 3, 17). Infine all'uomo stesso Dio parla, non esternamente tramite le sue orecchie o gli occhi, ma interiormente, nell'anima, in varie maniere: o in sogno, come è scritto che parlò a Labano l'arameo, perché non facesse alcun male al suo servo Giacobbe (cf. Gn 31, 24), e al faraone per annunciargli sette anni di abbondanza e altrettanti di carestia (cf. Gn 41, 1-7). Oppure inebriando lo spirito dell'uomo, ciò che i greci chiamano estasi, come a Pietro, mentre era intento alla preghiera, apparve un recipiente, che veniva calato dal cielo, pieno di simboli dei pagani che avrebbero creduto (cf. At 10, 10-16); o infine nella stessa mente, quando ciascuno intuisce l'autorità o la volontà di Dio, come Pietro da quella stessa visione conobbe, riflettendo fra sé, quanto il Signore voleva che facesse (cf. At 10, 19). Nessuno può conoscere ciò che Dio vuole, se interiormente non risuona un certo tacito grido della verità. Dio parla inoltre nella coscienza dei buoni e dei cattivi. Infatti nessuno può rettamente approvare quanto fa di bene e disapprovare quanto fa di male se non per quella voce della verità che loda o disapprova queste cose nel silenzio del cuore. Ma la verità è Dio. E se in tanti modi essa parla agli uomini sia buoni che cattivi - benché non tutti quelli ai quali parla in così diverse maniere possano vedere la sua sostanza e natura - quale uomo può, congetturando o riflettendo, contare in quanti e quali modi questa Verità parli agli angeli: sia ai buoni, i quali godono, contemplandola con singolare carità, del suo ineffabile splendore e bellezza; sia ai cattivi i quali, rovinati dalla loro superbia e condannati all'inferno dalla stessa Verità, possono in qualche modo a noi sconosciuto udire la sua voce, benché non siano degni di vedere il suo volto?

 

Perciò, dilettissimi fratelli, fedeli di Dio e veri e propri figli della Madre cattolica, nessuno vi inganni con cibi avvelenati, anche se ancora avete bisogno di essere nutriti di latte (cf. 1 Cor 3, 2; Eb 5, 12-14). Camminate ora con perseveranza nella fede della verità (cf. 2 Tess 2, 12), perché a tempo determinato e opportuno possiate arrivare alla visione della stessa verità (Cf. Tt 1, 1-2). Come dice l'Apostolo: Mentre viviamo nel corpo siamo pellegrini lungi dal Signore; camminiamo infatti nella fede e non nella visione(2 Cor 5, 6-7). La fede in Cristo conduce alla visione del Padre. Perciò il Signore dice: Nessuno viene al Padre se non per me (Gv 14, 6-10).

 

IN BREVE...

Il Signore non si fa sentire alle orecchie del corpo in maniera più forte che nel segreto del pensiero, dove Lui solo ascolta, dove Lui solo è udito. (Serm. 12, 3)

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

"Noi parliamo, ma è Dio che ammaestra; noi parliamo, ma è Dio che insegna" (Serm. 153, 1). Con grande umiltà Agostino, instancabile predicatore, riconosce la sterilità delle sue parole, a meno che Cristo, che abita nei cuori degli uomini, non si degni di far ascoltare la sua voce nell’intimo dell’uomo. Alla scuola di Cristo si pone lo stesso Agostino: egli sa di dover ammaestrare, ammonire ed aiutare i suoi fedeli; ma sa anche che, mentre esercita tale ministero, lui stesso deve sedere dalla parte dei fedeli, seguendo gli insegnamenti del Maestro interiore. "Entra con me, se puoi, nel santuario di Dio. Forse là, se posso, ti insegnerò; o meglio, impara con me da Colui che mi ammaestra" (Serm. 48, 8).

 

 

 

DAL "COMMENTO ALLA PRIMA LETTERA DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (In 1 Io. Ep. tr. 3, 13)

 

Sia Cristo a parlare dentro di voi

 

Il suono delle nostre parole percuote le orecchie, ma il vero maestro sta dentro. Non crediate di poter apprendere qualcosa da un uomo. Noi possiamo esortare con lo strepito della voce ma se dentro non v'è chi insegna, inutile diviene il nostro strepito. Ne volete una prova, o miei fratelli? Ebbene, non è forse vero che tutti avete udito questa mia predica? Quanti saranno quelli che usciranno di qui senza aver nulla appreso? Per quel che mi compete, io ho parlato a tutti; ma coloro dentro i quali non parla quell'unzione, quelli che lo Spirito non istruisce internamente, se ne vanno via senza aver nulla appreso. L'ammaestramento esterno è soltanto un ammonimento, un aiuto. Colui che ammaestra i cuori ha la sua cattedra in cielo. Egli perciò dice nel Vangelo: Non vogliate farvi chiamare maestri sulla terra: uno solo è il vostro maestro: Cristo (Mt 23, 8-9). Sia lui dunque a parlare dentro di voi, perché lì non può esservi alcun maestro umano. Se qualcuno può mettersi al tuo fianco, nessuno può stare nel tuo cuore. Nessuno dunque vi stia; Cristo invece rimanga nel tuo cuore; vi resti la sua unzione, perché il tuo cuore assetato non rimanga solo e manchi delle sorgenti necessarie ad irrigarlo. È dunque interiore il maestro che veramente istruisce; è Cristo, è la sua ispirazione ad istruire. Quando non vi possiede né la sua ispirazione né la sua unzione, le parole esterne fanno soltanto un inutile strepito. Le parole che noi facciamo risuonare di fuori, o fratelli, sono come un agricoltore rispetto ad un albero. L'agricoltore lavora l'albero dall'esterno: vi porta l'acqua, lo cura con attenzione; ma qualunque sia lo strumento esterno che egli usa, potrà mai dare forma ai frutti dell'albero? È lui che riveste i rami nudi dell'ombra delle foglie? Potrà forse compiere qualcosa di simile nell'interno dell'albero? Chi invece agisce nell'interno? Udite l'Apostolo che si paragona ad un giardiniere e considerate che cosa siamo, onde possiate ascoltare il maestro interiore: Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma Dio procura la crescita. Né colui che pianta né colui che irriga conta qualcosa, ma colui che procura la crescita, Iddio (1 Cor 3, 6-7). Ecco ciò che vi diciamo: noi quando piantiamo ed irrighiamo istruendovi con la nostra parola, non siamo niente; è Dio che procura la crescita, è la sua unzione che di tutto vi istruisce.

 

IN BREVE...

Rientrate nei vostri cuori, voi che siete lontani da Dio, e aderite a Dio che vi ha creato. Rimanete stabilmente con Lui e sarete salvi; riposate in Lui e avrete pace. Dove volete andare? In cerca di sofferenze? Dove volete andare? Il bene che desiderate viene da Lui. (Confess. 4, 12, 18)

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

"Al termine della vita (Agostino) si lamenta, recensendo le sue opere, che "dovunque, me presente, vi fosse stato bisogno di parlare al popolo, molto raramente mi fu permesso di tacere e di ascoltare gli altri" (Ritrattazioni, prologo 2). La predicazione costituiva per il vescovo di Ippona una grossa fatica e un continuo tormento: una fatica per lo sforzo fisico che richiedeva - non era raro il caso che dovesse smettere di parlare per la stanchezza o per la completa afonia - e un tormento per l’impossibilità di dedicarsi, come avrebbe voluto, allo studio... (Infatti) per parlare bisogna sapere ascoltare. sarà perciò "un vano predicatore della Parola di Dio all’esterno chi non l’ascolta di dentro" (Serm. 179, 1). Da questo precetto nascono il desiderio insaziabile di studiare le Scritture divine e il carattere eminentemente biblico della sua predicazione. È maestro e si sente discepolo. Vuol nutrire gli altri della stessa mensa di cui si nutre egli stesso. "Da questa cattedra siamo per voi come maestri, ma siamo condiscepoli con voi sotto quell’unico Maestro" (En. in Ps. 126, 3)". (P. A. Trapè)

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 179, 1-2)

 

Riponi la tua gioia nell’ascoltare Dio che ti parla

Il beato apostolo Giacomo si riferisce agli ascoltatori assidui della parola di Dio, dicendo: Ma siate di quelli che mettono in pratica la parola e non ascoltatori soltanto, ingannando voi stessi.(Gc 1, 22). Non ingannate certo colui al quale appartiene la parola, oppure colui che ne è ministro, ma ingannate voi stessi. A motivo dunque di questa affermazione, che sgorga dalla sorgente della verità per la parola veracissima dell'Apostolo, anche noi prendiamo coraggio ad esortarvi e ad esaminare noi stessi, mentre indirizziamo a voi un ammonimento. È indubbiamente senza frutto chi predica all'esterno la parola di Dio e non ascolta nel suo intimo. Non siamo neppure così estranei alla condizione umana ed alla riflessione basata sulla fede da avvertire, noi che predichiamo ai popoli la parola di Dio, i nostri personali pericoli. D'altra parte ci consola il fatto che là, dove siamo in pericolo nell'esercizio dei nostri ministeri, veniamo sostenuti dalle vostre preghiere. Appunto perché sappiate, fratelli, che, rispetto a noi, vi trovate in luogo più sicuro, vi espongo un'altra affermazione dello stesso Apostolo, il quale dice: Ma ognuno di voi sia pronto ad ascoltare, lento però a parlare (Gc 1, 19).

 

È opportuno che io vi esorti a non essere soltanto ascoltatori della parola, ma di quelli che la mettono in pratica. In conseguenza, poiché vi parliamo spesso, chi non ci giudica, facendo poco conto del fatto che vi siamo obbligati, quando legge: Ma ognuno di voi sia pronto ad ascoltare, lento però a parlare? Ecco, la cura di voi non ci permette di mettere in pratica tale affermazione. Perciò dovete pregare, sostenere chi costringete ad essere nel pericolo. Nondimeno, fratelli miei, vi dirò ciò che voglio crediate, perché non potete vederlo nel mio cuore. Io che parlo frequentemente, per mandato del mio signore e fratello, il vostro vescovo, e perché voi lo domandate, allora sono veramente contento, mentre ascolto, non quando predico. Allora infatti trovo piacere senza timore. Quel godimento non comporta orgoglio. Dove è la roccia della verità autentica, là non si può avere paura del precipizio della vanagloria. E perché sappiate che in realtà è cosí, ascoltate quel che è stato detto: Mi farai sentire gioia e letizia. Allora godo, quando ascolto. Proseguendo ha poi aggiunto: Esulteranno le ossa umiliate (Sal 50, 10). Mentre ascoltiamo, quindi, siamo umili; ma quando predichiamo, se non siamo in pericolo per superbia, per lo meno è certo che ci sentiamo frenati. E se non mi esalto, sono in pericolo in quanto cosciente di non esaltarmi. Quando invece ascolto, godo senza che alcuno m'inganni, mi diletto senza essere notato.

 

IN BREVE...

Siano le tue Scritture le mie caste delizie: in esse io mi diletto. (Confess. 11, 25)

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

Maria non è resa grande dal dono ricevuto (generare Cristo nella carne), ma dalla fede in Cristo. La Vergine prima ha generato il Figlio di Dio nella fede, nella carne e nel cuore verginale; poi, come forza cogente, lo ha concepito fisicamente. La beatitudine per la Vergine Maria è nell’aver conservato l’integrità della fede, nell’ascolto e nell’obbedienza umile alla Parola di Dio.

 

La Chiesa guarda a Maria come figura tipologica da imitare nel suo ruolo di madre e vergine: "Maria mise al mondo fisicamente il capo Cristo di questo corpo Chiesa; la Chiesa genera spiritualmente le membra di quel capo" (La verginità consacrata 2, 2). Come madre la Chiesa genera alla fede, nel battesimo, i figli redenti da Cristo, membra del suo corpo mistico; come vergine conserva integra la fede in riferimento a Cristo, suo sposo.

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 72/A, 7)

 

Maria custodì la verità nella mente più che la carne di Cristo nel ventre

Ecco, fratelli miei, ponete piuttosto attenzione, ve ne scongiuro, a ciò che dice Cristo Signore stendendo la mano verso i suoi discepoli: Sono questi mia madre e i miei fratelli. E se uno farà la volontà del Padre mio che mi ha inviato, egli è mio fratello, mia sorella e mia madre (Mt 12, 49-50). Non fece forse la volontà del Padre la vergine Maria, la quale per la fede credette, per la fede concepì, fu scelta perché da lei la salvezza nascesse per noi tra gli uomini, e fu creata da Cristo prima che Cristo fosse creato nel suo seno? Santa Maria fece la volontà del Padre e la fece interamente; e perciò vale di più per Maria essere stata discepola di Cristo anziché madre di Cristo; vale di più, è una prerogativa più felice essere stata discepola anziché madre di Cristo. Maria era felice poiché, prima di darlo alla luce, portò nel ventre il Maestro. Vedi se non è come dico. Mentre il Signore passava seguito dalle folle e compiva miracoli propri di Dio, una donna esclamò: Beato il ventre che ti ha portato! (Lc 11, 27). Il Signore però, perché non si cercasse la felicità nella carne, che cosa rispose? Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica (Lc 11, 28). È per questo dunque che anche Maria fu beata, poiché ascoltò la parola di Dio e la mise in pratica. Custodì la verità nella mente più che la carne nel ventre. La verità è Cristo, la carne è Cristo: Cristo verità nella mente di Maria, Cristo carne nel ventre di Maria; vale di più ciò che è nella mente anziché ciò che si porta nel ventre. Santa è Maria, beata è Maria, ma più importante è la Chiesa che non la vergine Maria. Perché? Perché Maria è una parte della Chiesa, un membro santo, eccellente, superiore a tutti gli altri, ma tuttavia un membro di tutto il corpo. Se è un membro di tutto il corpo, senza dubbio più importante d'un membro è il corpo. Il capo è il Signore, e capo e corpo formano il Cristo totale. Che dire? Abbiamo un capo divino, abbiamo Dio per capo.

 

IN BREVE...

 

Maria era madre in quanto fece la volontà del Padre. È questo che il Signore volle esaltare in lei: di aver fatto al volontà del Padre, non di aver generato dalla sua carne la carne del Verbo. (In Io. Ev. tr. 10, 3)

 

 

(dipinto "Le vagliatrici di grano", 1854, Gustave Courbet)


Vivere della Parola di Dio

 

 

 I Settimana di Quaresima

 

Dai tempi di Adamo l’uomo è chiamato a dar prova della sua fedeltà a Dio di fronte alle tentazioni del maligno. La capacità di scegliere Dio al posto di Satana è messa sempre in discussione. Ecco allora ci viene in aiuto l’insegnamento di Cristo tentato nel deserto: "se Egli non avesse vinto il tentatore, in qual modo tu avresti imparato a combattere contro il tentatore?". Le tre tentazioni diaboliche riassumono i tre lati deboli della vita dell’uomo: il possesso e l’accumulo spropositato di beni materiali (le pietre da trasformare in pane); la ricerca di un potere egoistico ed oppressivo (il possesso dei regni della terra); il desiderio di onnipotenza (rifiuto di adorare Dio). Per vincere queste prove l’uomo dispone di uno strumento infallibile: la Parola di Dio. Riscriviamo allora un detto di Agostino: quando sei colto dai morsi della fame - e noi aggiungiamo anche della tentazione - lascia che la Parola di Dio divenga il tuo pane di vita.

 

 

 

DALLE "ESPOSIZIONI SUI SALMI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (En. in Ps. 90, d. 2, 6-7)

 

 

 

La tentazione di Cristo è di grande ammaestramento per il cristiano

 

Il Signore fu battezzato; dopo il battesimo fu tentato e infine digiunò per quaranta giorni, per adempiere un mistero di cui spesso vi ho parlato. Non si possono dire tutte le cose in una volta per non sciupare del tempo prezioso. Dopo quaranta giorni il Signore ebbe fame. Avrebbe potuto anche non provare mai la fame; ma, se così avesse fatto, in qual modo sarebbe stato tentato? E se egli non avesse vinto il tentatore, in qual modo avresti tu imparato a combattere contro il tentatore? Ebbe fame, ho detto; e subito, il tentatore: Di' a queste pietre che diventino pani, se sei il Figlio di Dio (Mt 4, 3). Era forse una gran cosa per il Signore Gesù Cristo cambiare le pietre in pane? Non fu lui che con cinque pani saziò tante migliaia di persone? (cf. Mt 14, 17-21). Quella volta creò il pane dal nulla. Donde fu presa infatti una così grande quantità di cibo che bastò a saziare tante migliaia di persone? Le fonti del pane erano nelle mani del Signore. Non c'è niente di strano in questo: infatti, colui che di cinque pani ne fece tanti da saziare tutte quelle migliaia di persone, è lo stesso che ogni giorno trasforma pochi grani nascosti in terra in messi sterminate. Anche questi sono miracoli del Signore ma, siccome avvengono di continuo, noi non diamo loro importanza. Ebbene, fratelli, era forse impossibile al Signore fare dei pani con le pietre? Con le pietre egli fa degli uomini, come diceva lo stesso Giovanni Battista. Dio è capace di suscitare da queste pietre figli per Abramo (Mt 3, 9). Perché dunque non operò il miracolo? Per insegnarti come devi rispondere al tentatore. Poni il caso che ti trovi nell'afflizione. Ecco venire il tentatore e suggerirti: Tu sei cristiano e appartieni a Cristo; perché ti avrà ora abbandonato? Perché non ti manda il suo aiuto? Ricordati del medico. Talora egli taglia e per questo sembra che abbandoni; ma non abbandona. Come capitò a Paolo, il quale non fu esaudito proprio perché doveva essere esaudito. Paolo dice infatti che non fu esaudita la preghiera con cui chiedeva gli fosse tolto il pungiglione della carne, l'angelo di satana che lo schiaffeggiava, e aggiunge: Per questo pregai tre volte il Signore affinché me lo togliesse. In risposta egli mi disse: Ti basta la mia grazia, infatti la virtù si perfeziona nella debolezza (2 Cor 12, 8-9). Siate perciò forti, fratelli! Se talvolta siete tentati da qualche strettezza, è Dio che vi flagella per mettervi alla prova: egli che vi ha preparato e vi conserva l'eredità eterna. E non lasciate che il diavolo vi dica: Se tu fossi giusto, non ti manderebbe forse Dio il pane per mezzo di un corvo, come lo mandò ad Elia (1 Re 17, 6)? Non hai forse letto le parole: Mai ho visto il giusto abbandonato né la sua discendenza mendicare il pane (Sal 36, 25)? Rispondi al diavolo: È vero quello che dice la Scrittura: Mai ho visto il giusto abbandonato né la sua discendenza mendicare il pane; ho infatti un mio pane che tu non conosci. Quale pane? Ascolta il Signore: Non di solo pane vive l'uomo ma di ogni parola di Dio (Mt 4, 4). Non credi che la parola di Dio sia pane? Se non fosse pane il Verbo di Dio, per cui mezzo sono state fatte tutte le cose, il Signore non direbbe: Io sono il pane vivo, io che sono disceso dal cielo (Gv 6, 41). Hai dunque imparato che cosa devi rispondere al tentatore quando sei colto dai morsi della fame.

 

 

 

E che dirai se il diavolo ti tenta dicendoti: Se tu fossi cristiano faresti miracoli come ne fecero, molti antichi cristiani? Ingannato da questo malvagio suggerimento, ti potrebbe venire la voglia di tentare il Signore Dio tuo, dicendogli: Se sono cristiano, se lo sono dinanzi ai tuoi occhi e tu mi annoveri nel numero dei tuoi, concedimi di fare anch'io qualcuna delle gesta che compirono i tuoi santi. Hai tentato Dio pensando che non saresti cristiano se non facessi tali cose. Molti sono caduti proprio per il desiderio di tali gesta portentose... Ebbene, che cosa devi rispondere per non tentare Dio se il diavolo ti tentasse dicendoti: Fa' miracoli? Rispondi ciò che rispose il Signore. Il diavolo gli disse: Gettati giù, perché sta scritto che egli ha comandato ai suoi angeli di occuparsi di te, di sollevarti nelle loro mani perché tu non inciampi con il piede nella pietra (Mt 4, 6). Voleva suggerirgli: Se ti butterai giù gli angeli ti sosterranno. Poteva certamente accadere, fratelli, che, se il Signore si fosse buttato nel vuoto, gli angeli devotamente avrebbero sostenuto la sua carne. Invece egli che cosa rispose? Sta scritto anche: Non tenterai il Signore Dio tuo (Mt 4, 7). Tu mi credi un uomo, rispose. Per questo infatti il diavolo gli si era avvicinato, per provare se fosse o no Figlio di Dio. Egli vedeva solo la carne, mentre la maestà si palesava attraverso le opere, e gli angeli gliene avevano reso testimonianza. Il diavolo dunque lo vedeva mortale e per questo lo tentò; ma la tentazione di Cristo è stata di grande ammaestramento per il cristiano. Che cosa è dunque ciò che sta scritto? Non tenterai il Signore Dio tuo! Non tentiamo perciò il Signore dicendo: Se apparteniamo a te, concedici di fare miracoli.

 

IN BREVE...

 

(Cristo) si è fatto per noi via in questo esilio, in modo che noi camminando in lui non ci smarriamo, non veniamo meno, non ci imbattiamo nei ladroni, non cadiamo nelle trappole. (En. in Ps. 90, d. 2, 1)

 

 

 

Seconda riflessione 

 

L’uomo, grande abisso: chi può conoscere cosa si nasconda nel suo cuore, se non Dio solo? E perché l’uomo possa per lo meno rendersi cosciente di una tale condizione è messo alla prova da Dio. Dio tenta, ma in modo differente dal diavolo: non per suscitare un atto di ribellione, ma per rivelare all’uomo "qualcosa che prima gli era nascosto", quelle cose che risultano "occulte allo stesso uomo entro cui sono". L’azione di Dio è pedagogica: Egli non acconsente che l’uomo subisca una tentazione superiore alle sue forze. A colui che si mantiene fedele è promessa "la corona della vita" (Ap 2, 10). La Bibbia racconta i casi di numerose tentazioni di Dio nei confronti dell’uomo: l’esempio più conosciuto è quello di Abramo e del figlio Isacco.

 

 

DAI "DISCORSI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 2, 3)

 

 

 

Dio tenta l’uomo, perché l’uomo conosca se stesso

 

Sappia dunque la vostra carità che la tentazione di Dio non ha lo scopo di far conoscere a lui qualcosa che prima gli era nascosto, ma di rivelare, tramite la sua tentazione, o meglio provocazione, ciò che nell'uomo è occulto. L'uomo non conosce se stesso come lo conosce Dio, così come il malato non conosce se stesso come lo conosce il medico. L'uomo è un malato. Il malato soffre, non il medico, il quale aspetta da lui di udire di che cosa soffre. Perciò nel salmo l'uomo grida: Mondami, Signore, dalle mie cose occulte 9. Perché ci sono nell'uomo delle cose occulte allo stesso uomo entro cui sono. E non vengono fuori, non si aprono, non si scoprono se non con le tentazioni. Se Dio cessa di tentare, il maestro cessa di insegnare. Dio tenta per insegnare, mentre il diavolo tenta per ingannare. Costui, se chi è tentato non gliene dà l'occasione, può essere respinto a mani vuote e deriso. Per questo l'Apostolo raccomanda: Non date occasione al diavolo 10. Gli uomini danno occasione al diavolo con le loro passioni. Non vedono, gli uomini, il diavolo contro il quale combattono, ma hanno un facile rimedio. Vincano se stessi interiormente e trionferanno di lui esternamente. Perché diciamo questo? Perché l'uomo non conosce se stesso, a meno che non impari a conoscersi nella tentazione. Quando avrà conosciuto se stesso, non si trascuri. E se trascurava se stesso quando non si conosceva, non si trascuri più una volta conosciutosi.

 

 

 

IN BREVE...

 

La onnipotente tua mano non è lontana da noi neanche quando noi siamo lontani da Te... O Signore, tu colpisci, ma per risanare; ci uccidi, perché non si muoia lontani da Te. (Confess. 2, 2)

 

 

 

 Terza riflessione 

 

Le piccole gocce, se continue ed insistenti, riempiono i fiumi o scavano la pietra; analogamente i piccoli e quotidiani peccati, pur nella loro levità, sono capaci, proprio perché numerosi, di condurre l’uomo alla morte. "Sono lievi, non sono gravi": è la giustificazione istintiva che l’uomo formula confrontandosi con colpe maggiori. Una tale affermazione pecca di autosufficienza da parte dell’uomo. Quali i rimedi che la Scrittura propone per ovviare ad una simile fragilità umana? Applicarsi alle opere di misericordia corporale e spirituale, alla preghiera, ai digiuni e alle elemosine; ad essi Agostino aggiunge in altri discorsi il pianto e la contrizione del cuore.

 

 

 

 

DAI "DISCORSI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 9, 17)

 

 

 

Guardarsi dai peccati lievi e numerosi

 

Se delle seduzioni mondane cercano di insinuarsi nella vostra anima, applicatevi alle opere di misericordia, attendete all'elemosina, al digiuno, alla preghiera. Con questi mezzi infatti vengono rimessi i peccati quotidiani, che non possono non insinuarsi nell'anima, a causa della fragilità umana. Non trascurarli perché sono meno gravi, ma temi per il fatto che sono molti. Fate attenzione, fratelli miei. Sono lievi, non sono gravi. Non è una bestia grande come un leone, che possa scannarti con un solo morso. Ma la maggior parte delle volte anche gli animaletti piccoli, se molti, possono uccidere. Se uno viene gettato in un luogo pieno di pulci, non vi muore forse? Non sono grandi, ma la natura umana è debole e può essere uccisa anche da animali minutissimi. Così anche i piccoli peccati; voi fate osservare che sono piccoli: state attenti, però, perché sono molti. Quanto sono fini i granelli di sabbia! Ma se in una nave ce se ne mettono troppi la sommergono fino a farla colare a picco. Quanto sono minute le gocce della pioggia! Tuttavia non fanno straripare i fiumi e crollare gli edifici? Perciò non trascurate questi piccoli peccati. Ma direte: "E chi può essere senza di essi?". Perché tu non dicessi questo - poiché veramente nessuno potrebbe - Dio misericordioso, vedendo la nostra fragilità, pose contro di essi dei rimedi. Quali sono i rimedi? Le elemosine, i digiuni, le preghiere: sono questi tre. Perché tu possa pregare con sincerità, bisogna fare elemosine perfette. Quali sono le elemosine perfette? Queste: che quanto ti abbonda lo dia a chi non l'ha, e quando qualcuno ti offende, lo perdoni.

 

 

 

IN BREVE...

 

In quanto uomini non possiamo evitare le cadute; quel che importa non è ignorarle o minimizzarle. I fiumi che straripano non sono fatti di piccole gocce? Una piccola infiltrazione non riparata in tempo provoca a lungo andare l’affondamento della barca. (Serm. 58, 9-10)

 

 

 Quarta riflessione 

 

Agostino invita l’uomo peccatore ad un onesto esame di coscienza, che ne metta in luce la responsabilità di fronte al male. Se il peccato è la perversione della volontà umana, che si rivolge a beni inferiori piuttosto che cercare il Bene Sommo, allora non può attribuirsi che all’uomo. Allo stesso modo l’uomo non deve cadere nella tracotanza e nell’orgoglio, riconoscendo come proprio il bene che compie. Il bene viene da Dio, il male dall’uomo: di qui ne deriva il principio agostiniano, secondo il quale l’uomo elimini da sé la sua opera di peccatore, per lasciare spazio in sé all’opera redentrice di Dio.

 

 

 

 

DAI "DISCORSI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 16/B, 1-2)

 

 

 

Il bene che compi è Dio a compierlo; il male che fai, sei tu a farlo

 

Se dei tuoi peccati tu vuoi dare ad altri la colpa, come ho detto, o alla fortuna o al destino o al diavolo, e non a te stesso; oppure se delle tue opere buone a te stesso vuoi dare il vanto e non a Dio, saresti perverso. Invece, qualunque male tu faccia, lo fai per tua malizia, e qualunque bene tu faccia, lo fai per grazia di Dio.

 

 

 

Ma considerate come certi uomini, anche non volendo, vanno talmente avanti nella bestemmia fino a mettere sotto accusa Dio stesso. Quando uno comincia ad accusare la fortuna dicendo che essa lo ha costretto a peccare o che essa ha peccato in lui, quando comincia ad accusare il destino, gli si può chiedere: "Ma la fortuna che cos'è? Che cos'è il destino?". Quegli cercherà di dire che al peccato lo hanno portato le stelle. Vedete come a poco a poco la sua bestemmia cammina verso Dio. Le stelle infatti chi le ha poste nel cielo? Non forse Dio, creatore di tutto? Se dunque lui vi ha posto queste stelle, ed esse ti costringono a peccare, non ti par che sia lui l'autore dei tuoi peccati? Vedi, o uomo, quanto sei perverso! Mentre Dio accusa i tuoi peccati non per punirtene, ma perché, punendo quelli, tu ne sia liberato, tu nella tua perversità, se fai qualcosa di buono l'attribuisci a te, se fai qualcosa di cattivo l'attribuisci a Dio. Ravvediti da questa perversità. Correggiti, comincia a contraddire te stesso e a parlare diversamente a te stesso. Prima che cosa dicevi? "Il bene che faccio, lo faccio io; il male che faccio, lo fa Dio". La verità è ben altra: il bene che fai è Dio che lo fa, il male che fai, sei tu che lo fai. Se l'intendi in questo modo, non è inutile il tuo canto: Ho detto: Signore, abbi pietà di me; risanami, perché io ho peccato contro di te (Sal 40, 5).

 

 

 

Perché se ciò che è male lo fa Iddio e ciò che è bene lo fai tu, tu dici contro Dio un'iniquità. Sentite su questo che cosa dice il salmo: Non alzate la testa contro il cielo e non dite iniquità contro Dio (Sal 74, 6). Era infatti un'iniquità quella che dicevi contro Dio, per cui tutto il bene lo volevi attribuire a te e tutto il male a lui. Alzando la testa superbamente dicevi iniquità contro Dio. Solo umiliandoti puoi parlare con equità. E quale è l'equità che esprimerai umiliandoti? Ho detto: Signore, abbi pietà di me; risanami, perché io ho peccato contro di te (Sal 40, 5).

 

 

 

IN BREVE...

 

La carità è la radice di tutte le opere buone. Come la cupidigia è la radice di tutti i mali (1 Tim 6, 10), così la radice di tutti i beni è la carità. (Serm. 223/E, 2)

 

 

 

 Quinta riflessione 

 

Nell’attesa della seconda venuta del Figlio di Dio, quando giudicherà il mondo alla fine dei tempi, la Chiesa vive il tempo della misericordia. Dio nella sua grandezza d’animo dà testimonianza di pazientare, di offrire sempre una nuova occasione di pentimento al peccatore, prolungandogli i giorni di vita. Tuttavia il perdono di Dio esige che il peccatore sia disposto a perdonare il prossimo. Accusare gli altri per scusare se stessi affretta il tempo della condanna da parte di Dio. Il perdono negato al fratello si ritorcerà inevitabilmente su se stessi, perché con la misura con la quale si misura, saremo misurati (Cf. Mt 7, 2).

 

 

 

 

DAI "DISCORSI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 17, 5)

 

 

 

È questo il tempo della misericordia nel quale ci è dato di correggerci

 

Ora infatti, quando tu compi il male, ti sembra di esser buono, perché non vuoi vedere te stesso. Rimproveri gli altri, ma a te non guardi; accusi gli altri, ma a te stesso non pensi; gli altri li metti davanti ai tuoi occhi, ma te stesso poni dietro la tua schiena. Io invece, quando ti incolperò, farò il contrario. Ti prenderò via dalla tua schiena e ti porrò davanti ai tuoi occhi. Allora ti vedrai e ti piangerai. Ma non ci sarà più la possibilità di cambiarti. Tu trascuri il tempo della misericordia: verrà il tempo del giudizio. Tu stesso infatti mi hai cantato nella chiesa: Misericordia e giudizio voglio cantare a te, o Signore 14. È dalla nostra bocca che risuona, dappertutto le chiese rintronano a Cristo: Misericordia e giudizio voglio cantare a te, o Signore. È questo il tempo della misericordia e ci possiamo correggere; non è ancora arrivato il tempo del giudizio. C'è ancora modo; c'è ancora tempo. Abbiamo peccato, correggiamoci. Non è ancora finita la strada; il giorno non è ancora spirato, non ancora concluso. E non ci si disperi, il che sarebbe peggio; perché proprio per i peccati umani e scusabili, tanto più frequenti quanto più piccoli, Dio ha costituito nella sua Chiesa dei tempi di misericordia preventiva, cioè quella medicina quotidiana, quando diciamo: Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori 15. Per queste parole infatti con faccia pulita ci accostiamo all'altare, per queste parole con faccia pulita comunichiamo al corpo e al sangue di Cristo.

 

 

 

IN BREVE...

 

Vi piacciono queste parole; io però voglio i fatti. Non vogliate rattristarmi col vostro cattivo comportamento, perché la mia gioia in questa vita non è se non la vostra buona vita. (Serm. 17, 7)

 

 

 

 Sesta riflessione 

 

 

 

 

La vita presente non è vita a paragone di quella eterna (Cf. Serm. 16, 1). L’uomo vive in sé la tensione tra la bontà dell’opera di Dio e la malvagità connessa al peccato. San Paolo, nella Lettera ai Romani (Rm 7, 19), sintetizza questo pensiero nell’assioma: "Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio". L’uomo è pertanto un vero enigma: la sua interiorità è positiva, la sua prassi negativa. Egli necessita di un intervento esterno, che l’aiuti a superare lo scollamento tra ciò che è e ciò che fa. Tale aiuto è frutto dalla grazia divina: è la luce che apre gli occhi ottenebrati dal peccato, che invita ad uscire allo scoperto, ad operare la verità e secondo Verità. "Chi opera la verità condanna in se stesso le azioni cattive"; implora da Dio il perdono e, ricreato nel suo cuore, vive vigilante nell’attesa che risplendi la luce di Cristo.

 

 

 

 

DAL "COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI" DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (In Io. Ev. tr. 12, 13-14)

 

 

 

Condanna i tuoi peccati per unirti a Dio

 

Molti hanno amato i loro peccati, e molti hanno confessato i loro peccati. Chi riconosce i propri peccati e li condanna, è già d'accordo con Dio. Dio condanna i tuoi peccati; e se anche tu li condanni, ti unisci a Dio. L'uomo e il peccatore sono due cose distinte: l'uomo è opera di Dio, il peccatore è opera tua, o uomo. Distruggi ciò che tu hai fatto, affinché Dio salvi ciò che egli ha fatto. È necessario che tu detesti in te l'opera tua e ami in te l'opera di Dio. Quando comincia a dispiacerti ciò che hai fatto, allora cominciano le tue opere buone, perché condanni le tue opere cattive. Le opere buone cominciano col riconoscimento delle opere cattive. Operi la verità, e così vieni alla luce. Cosa intendo dire dicendo: operi la verità? Intendo dire che non inganni te stesso, non ti blandisci, non ti lusinghi; non dici che sei giusto mentre sei colpevole. Allora cominci a operare la verità, allora vieni alla luce, affinché sia manifesto che le tue opere sono state fatte in Dio. E infatti il tuo peccato, che ti è dispiaciuto, non ti sarebbe dispiaciuto se Dio non ti avesse illuminato e se la sua verità non te l'avesse manifestato. Ma chi, dopo essere stato redarguito, continua ad amare i suoi peccati, odia la luce che lo redarguisce, e la fugge, affinché non gli vengano rinfacciate le sue opere cattive che egli ama. Chi, invece, opera la verità, condanna in se stesso le sue azioni cattive; non si risparmia, non si perdona, affinché Dio gli perdoni. Egli stesso riconosce ciò che vuole gli sia da Dio perdonato, e in tal modo viene alla luce, e la ringrazia d'avergli mostrato ciò che in se stesso doveva odiare. Dice a Dio: Distogli la tua faccia dai miei peccati. Ma con quale faccia direbbe così, se non aggiungesse: poiché io riconosco la mia colpa, e il mio peccato è sempre davanti a me? (Sal 50, 11 5). Sia davanti a te il tuo peccato, se vuoi che non sia davanti a Dio. Se invece ti getterai il tuo peccato dietro le spalle, Dio te lo rimetterà davanti agli occhi; e te lo rimetterà davanti agli occhi quando il pentimento non potrà più dare alcun frutto.

 

 

 

Correte, o miei fratelli, affinché non vi sorprendano le tenebre (cf. Gv 12, 35); siate vigilanti in ordine alla vostra salvezza, siate vigilanti finché siete in tempo. Nessuno arrivi in ritardo al tempio di Dio, nessuno sia pigro nel servizio divino. Siate tutti perseveranti nell'orazione, fedeli nella costante devozione. Siate vigilanti finché è giorno; il giorno risplende; Cristo è il giorno. Egli è pronto a perdonare coloro che riconoscono la loro colpa; ma anche a punire quelli che si difendono ritenendosi giusti, quelli che credono di essere qualcosa mentre sono niente. Chi cammina nel suo amore e nella sua misericordia, non si accontenta di liberarsi dai peccati gravi e mortali, quali sono il delitto, l'omicidio, il furto, l'adulterio; ma opera la verità riconoscendo anche i peccati che si considerano meno gravi, come i peccati di lingua, di pensiero o d'intemperanza nelle cose lecite, e viene alla luce compiendo opere degne. Anche i peccati meno gravi, se trascurati, proliferano e producono la morte. Sono piccole le gocce che riempiono i fiumi; sono piccoli i granelli di sabbia, ma se sono numerosi, pesano e schiacciano. Una piccola falla trascurata, che nella stiva della nave lascia entrare l'acqua a poco a poco, produce lo stesso effetto di un'ondata irrompente: continuando ad entrare poco alla volta, senza mai essere eliminata affonda la nave. E che significa eliminare, se non fare in modo con opere buone - gemendo, digiunando, facendo elemosine, perdonando - di non essere sommersi dai peccati? Il cammino di questa vita è duro e irto di prove: quando le cose vanno bene non bisogna esaltarsi, quando vanno male non bisogna abbattersi. La felicità che il Signore ti concede in questa vita, è per consolarti, non per corromperti. E se in questa vita ti colpisce, lo fa per correggerti, non per perderti. Accetta il padre che ti corregge, se non vuoi provare il giudice che punisce. Son cose che vi diciamo tutti i giorni, e vanno ripetute spesso perché sono buone e fanno bene.

 

 

 

IN BREVE...

 

Ma tu, Signore, sei buono e misericordioso: con la tua mano frughi nelle mie viscere di morte e purifichi l’abisso di corruzione che è nel mio animo, nel momento in cui non volli più ciò che prima volevo e volli invece ciò che volevi tu. (Confess. 9, 1)

 

 

 

Settima riflessione

 

Il peccato ha introdotto nel tempo la morte: ad essa nessuno può sottrarsi. Tuttavia la morte non domina indisturbata la scena del pellegrinaggio terreno, che si muove tra le vie di una città, Babilonia, assunta a simbolo della schiavitù del peccato. Nel tempo infatti è posta anche una promessa, la speranza di un compimento della storia che si realizzerà pienamente in un’altra città, la Gerusalemme celeste, la "gran madre celeste", che accoglie i figli redenti dal sacrificio di Cristo. La beatitudine in cielo è la vita in Dio; ma il suo inizio parte dalla dimensione terrena, con il desiderare ardentemente di vivere Deo, di vivere per Dio e con Dio, nell’attesa di godere della vita autentica che non avrà mai fine. Primo passo: gareggiare nell’accostarsi a Dio con un cuore contrito, che muova guerra al peccato: "È sicuramente meglio combattere contro i propri vizi che lasciarsi dominare da essi senza alcuna resistenza... nella speranza della pace eterna" (De civ. Dei 21, 15).

 

 

 

 

DAI "SERMONI"DI SANT’AGOSTINO VESCOVO  (Serm. 216, 4)

 

 

 

La conversione è il passo necessario per guadagnare la vita eterna

 

Accostatevi dunque a lui con la contrizione del cuore, perché egli è vicino a chi ha il cuore contrito e vi salverà per i vostri spiriti affranti (cf. Sal 33, 19). Accostatevi a gara, per essere illuminati (cf. Sal 33, 6). Perché voi siete ancora nelle tenebre e le tenebre sono in voi. Ma sarete luce nel Signore (cf. Ef 5, 8), il quale illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Gv 1, 9). Vi siete conformati al secolo, ora convertitevi a Dio. Vi rincresca finalmente della schiavitù di Babilonia. Ecco Gerusalemme, la gran madre celeste, vi viene incontro lungo la via, invitandovi gioiosamente, e vi supplica perché desideriate la vita e amiate di vedere giorni buoni (cf. Sal 33, 13), giorni che mai avete avuto né mai potrete avere quaggiù. Quaggiù infatti i vostri giorni si dissolvevano come fumo; più crescevano, più diminuivano; più crescevate in essi, più venivate meno; più salivate in sù, più svanivate. Avete vissuto al peccato per anni numerosi e cattivi, desiderate ora di vivere a Dio; desiderate non molti di quegli anni che debbono aver fine e che corrono per perdersi nell'ombra della morte, ma quelli buoni, quelli vicini veramente alla vita autentica, in cui non vi indebolirete per fame o per sete, perché vostro cibo sarà la fede, vostra bevanda la sapienza. Adesso infatti nella Chiesa benedite il Signore nella fede 16, allora invece nella visione sarete abbondantemente dissetati alle sorgenti di Israele.

 

 

 

IN BREVE...

 

 

Tu stesso esàminati. Sempre ti dispiaccia quello che sei, se vuoi giungere a quello che non sei. Perché dal momento che sei soddisfatto di te stesso sei fermo. Se dici: "Basta!", sei perduto. Sempre aggiungi, sempre cammina, sempre progredisci; non fermarti per via, non tornare indietro, non uscire di strada... Va meglio uno zoppo per la strada che un corridore fuori strada. (Serm. 169, 18)

 

 

(dipinto "Gelata bianca" di Camille Pisarro, 1873)


 

La Vita vera..

 

Se viviamo bene, è segno che siamo morti e risuscitati.

Sant'Agostino (Sermo 231, 3)

 

 

 

Da morte a vita

 

Presentemente noi compiamo questo passaggio per mezzo della fede, che ci ottiene il perdono dei peccati e la speranza della vita eterna, se amiamo Dio e il prossimo, in quanto la fede opera in virtù della carità (Gal 5, 1) e il giusto vive mediante la fede (Hab 2, 4). Ma vedere ciò che si spera, non è sperare: ciò che infatti si vede, perché sperarlo? Se invece speriamo ciò che non vediamo, lo aspettiamo con paziente attesa (Rom 8, 24). In conformità a questa fede, speranza e carità, con cui abbiamo cominciato a vivere nella grazia, già siamo morti insieme con Cristo e col battesimo siamo sepolti con lui nella morte (2 Tim 2, 12; Rom 6, 4), come dice l’Apostolo: Poiché il nostro uomo vecchio fu crocifisso con lui (Rom 6, 6); e siamo risorti con lui, poiché ci risuscitò insieme con lui, e ci fece sedere nei cieli insieme con lui (Eph 2, 6). Ecco perché l'Apostolo ci esorta: Pensate alle cose di lassù, non alle cose terrene (Col 3, 1, 2). Ma poi soggiunge dicendo: Poiché voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, vostra vita, comparirà, allora voi apparirete con lui vestiti di gloria (Col 3, 3); con ciò c'indica chiaramente che vuol farci capire come adesso il nostro passaggio dalla morte alla vita (che avviene in virtù della fede) si compie mediante la speranza della futura risurrezione e della gloria finale, quando cioè questo elemento corruttibile, ossia questo corpo in cui ora gemiamo, si rivestirà dell'immortalità (1 Cor 15, 33).

 

Il rinnovamento della nostra vita è pertanto il passaggio dalla morte alla vita, che s'inizia in virtù della fede, affinché nella speranza siamo contenti e nella sofferenza siamo pazienti, benché il nostro uomo esteriore si vada disfacendo mentre quello interiore si rinnova di giorno in giorno (2 Cor 4, 16). Proprio in vista della nuova vita e dell'uomo nuovo di cui ci si comanda di rivestirci (Col 3, 9 s.). Spogliandoci di quello vecchio, purificandoci dal vecchio fermento per essere una pasta nuova, essendo già stato immolato Cristo, nostra Pasqua (1 Cor 5, 7), proprio in vista di questo rinnovamento della vita è stato stabilito per questa celebrazione il primo mese dell'anno, che perciò si chiama il mese dei nuovi raccolti (Ex 23, 15

 

(Cristo) dormì perché stessimo svegli noi, Lui che era morto perché fossimo vivi noi. (Sermo 221, 4)

 

Chi fa esperienza di una gioia profonda non è capace di contenerla in sé; anzi, desidera parteciparla ad un numero sempre maggiore di persone, perché è nella condivisione che se ne apprezza la ricchezza. Questo atteggiamento è ancor più vero quando nel nostro cuore conserviamo la buona novella di Cristo. Chi ha conosciuto Cristo, non può trattenere per sé questo dono: egli ne diviene martire, cioè testimone in parole ed opere. Ogni indugio è rimosso: in qualunque spazio e tempo ci troviamo e dinanzi ad una qualsiasi richiesta, siamo chiamati a rendere ragione della fede che è in noi, perché non avvenga che rinnegando Cristo incorriamo nella sventura di essere rinnegati da Lui nel giudizio finale.

 

Dai "Discorsi" di sant’Agostino, vescovo (Serm. 260/E, 2)

 

Anche voi, dunque, dite: Non possiamo non parlare di ciò che abbiamo udito; non possiamo non evangelizzare Cristo Signore. Ciascuno lo annunzi dovunque gli è possibile, e così è martire. Capita però, a volte, a certi che non debbano subire persecuzioni ma solo una qualche derisione: eppure si spaventano. Un tale, ad esempio, si trova a pranzo in mezzo a pagani, ed eccolo arrossire perché lo chiamano cristiano. Se ha timore d'un commensale, come potrà tenere incalcolate le minacce d'un persecutore? Suvvia dunque! Parlate di Cristo dovunque potete, con chiunque potete, in tutte le maniere che potete. Quello che si esige da voi è la fede, non l'abilità nel parlare. Parli la fede che vi nasce dal cuore, e sarà Cristo a parlare. Se infatti è in voi la fede, abita in voi Cristo. Avete udito il Salmo: Ho creduto e perciò ho anche parlato (Ps 115, 10). Non poteva aver fede e, insieme, restarsene muto. Chi non dona è ingrato verso colui che l'ha colmato di doni. Ciascuno pertanto deve comunicare le cose di cui è stato riempito. Da lui deve scaturire una fonte che sempre versa e mai si dissecca. Scaturirà in lui una fonte d'acqua che zampilla per la vita eterna (Io 4, 14). E nel vostro annunzio potrete essere tranquilli poiché non vi sarà menzogna in quanto lo attingete dalla fonte della verità: quel che pronunziate con la lingua l'avete ricevuto. Certo, se voleste dire cose vostre, sareste mentitori, come asserisce il Salmo: Io ho detto nella mia estasi: Ogni uomo è mentitore (Ps 115, 11). Che significa: Ogni uomo è mentitore? Ogni Adamo è mentitore. Spògliati di Adamo e rivèstiti di Cristo, e non sarai mentitore. Questo basti alla vostra Carità poiché molte cose restano da fare.

 

In breve...

 

Dio volle avere come suoi testimoni gli uomini, affinché a loro volta gli uomini abbiamo come loro testimone Dio stesso. In Io Ep. 1, 2)

 

 

Toccare Cristo con il cuore: questa è fede sincera! L’espressione di Agostino è senza dubbio ardita e paradossale. La fede vanta una sua "corporeità": conosciamo gli occhi, le orecchie, il tatto del cuore; a tali "organi" parla oggi Cristo! Non dobbiamo allora rammaricarci se non ci è stata concessa la possibilità di accostarci fisicamente a Gesù duemila anni fa. Nella Chiesa riunita nel suo nome la presenza di Cristo è quanto mai viva. Noi siamo da Lui toccati nell’ascolto della sua Parola; noi tocchiamo il Figlio di Dio nel suo corpo, sostenendolo tra le nostre mani quando riceviamo l’Eucarestia; infine noi lo accostiamo in ogni fratello che ci è accanto, aiutando il quale aiutiamo in verità Cristo (cf. Mt 25, 40). "Credetelo così e l’avrete toccato - assicura Agostino -; toccatelo in modo da aderire a Lui; aderite in modo da mai separarvene". (Sermo 229/L, 2)

 

Dai "Discorsi" di sant’Agostino, vescovo (Serm. 229/K, 1-2)

 

Toccare Cristo con la fede

Ci interessa come mai il Signore Gesù Cristo, a quella donna fedele che cercava di arrivare al corpo del Signore, che non poté ritrovare al suo posto nel sepolcro, abbia detto: Non mi toccare, perché non sono ancora salito al Padre mio (Io 20, 17). Perché se non voleva essere toccato prima di esser risalito al Padre, non era risalito certamente ancora al Padre quando disse ai discepoli: Guardate le mie mani e i miei piedi; palpatemi e guardate (Lc 24, 39). Non voleva essere toccato, mentre qui voleva essere palpato. E allora che significa: Non mi toccare, perché non sono ancora salito al Padre? Cristo lo si tocca meglio con la fede che con la carne. Toccare Cristo con la fede! Questo è toccarlo veramente. Pensate a quella donna che soffriva di emorragie: con fede si accostò, con la mano toccò la veste, con la fede l'onnipotenza. Ecco che cosa vuol dire toccare. In quel momento il Signore veniva compresso dalla folla, ma da una sola era toccato. Perciò disse: Chi mi ha toccato? I discepoli, stupefatti perché da ogni parte la folla lo comprimeva, dissero: La folla ti stringe da ogni parte, e tu dici: Chi mi ha toccato? Ed egli: Sì, qualcuno mi ha toccato (Cf. Lc 8, 43-48). Ecco, la folla ti schiaccia ma non ti tocca. Chi ti ha toccato? Solo colei che ha creduto.

 

E adesso, fratelli miei, Gesù è in cielo. Quando era con i suoi discepoli nella sua carne visibile, nella sua sostanza corporale toccabile, fu visto e fu toccato: ma ora che siede alla destra del Padre, chi di noi lo può toccare? E tuttavia guai a noi se con la fede non lo tocchiamo! Tutti lo tocchiamo, se crediamo. Certo, egli è in cielo, certo è lontano, certo non si può immaginare per quali infiniti spazi disti da noi. Ma se credi, lo tocchi. Che dico, lo tocchi? Proprio perché credi, presso di te hai colui nel quale credi. Ma allora, se credere è toccare, anzi se toccare è credere, come si spiega: Non mi toccare, perché non sono ancora salito al Padre mio (Io 20, 17)? Che vuol dire? Perché vai cercando la mia carne se ancora non comprendi la mia divinità? Volete sapere come questa donna lo voleva toccare? Essa stava cercando un morto, non credeva che egli sarebbe risorto. Hanno portato via il mio Signore dal sepolcro (Io 20, 2); e lo piange come uomo. Oh! Toccarlo! Ed egli, vedendola tutta preoccupata nei riguardi della sua condizione di servo e che ancora non sapeva né gustare, né credere, né comprendere quella condizione di Dio per la quale è uguale al Padre, differisce il toccare, perché sia un toccare più completo. Non mi toccare, dice, perché non sono ancora salito al Padre mio. Tu mi tocchi prima che io risalga al Padre e mi credi solo uomo: che ti giova quel che credi? Fammi dunque risalire al Padre. Lassù da dove mai mi sono allontanato, è per te che io salgo, se mi crederai uguale al Padre. Difatti il Signore nostro Gesù Cristo non è disceso dal Padre lasciando il Padre; e anche nel risalire via da noi non si è allontanato da noi. Infatti quando stava per risalire e sedere alla destra del Padre, disse in anticipo ai suoi discepoli: Ecco, io sono con voi sino alla fine del mondo (Mt 28, 20).

 

Ora noi non abbiamo nessuna possibilità di toccare qualche parte del corpo di Cristo, ma abbiamo la possibilità di leggere quello che di Lui si dice. Tutto nelle Scritture parla di Cristo; purché ci siano orecchie ad ascoltare. (In Io. Ep. tr. 2, 1)

 

Dai "Discorsi" di sant’Agostino, vescovo (Serm. 124, 4)

 

Se hai paura della morte, ama la resurrezione!

Il Signore Gesù Cristo, per mezzo della sua carne, ha fatto bene sperare della nostra carne. Ha preso infatti su di sé ciò che su questa terra ci era comunemente noto, ciò che quaggiù si verifica estesamente e in continuità: nascere e morire. Sovrabbondante sulla terra il nascere e il morire, risorgere e vivere per l'eternità non aveva luogo quaggiù. Vi trovò vili ricompense terrene, vi recò quelle del cielo straniere sulla terra. Se hai paura della morte, ama la risurrezione. Della sua tribolazione ha fatto l'aiuto che ti ha dato, poiché era rimasto senza alcun vantaggio il tuo stato di salute. Pertanto, fratelli, riconosciamo e amiamo quella salute che è straniera in questo mondo, cioè l'eterna, e viviamo noi da stranieri in questo mondo. Riflettiamo che siamo di passaggio in questo mondo e così cadremo di meno nel peccato. Piuttosto rendiamo grazie al Signore Dio nostro avendo voluto che l'ultimo giorno della nostra vita fosse vicino ed incerto. Dalla prima infanzia alla decrepitezza della vecchiaia il tratto è breve. Se Adamo fosse morto oggi, che gli avrebbe giovato aver vissuto tanto a lungo? Che gran tempo è, quando deve finire? Nessuno richiama indietro il giorno di ieri; l'oggi è incalzato dal domani, perché passi. Nel corso di questo breve spazio di tempo, viviamo bene per giungere là dove non dobbiamo passare oltre. Anche adesso mentre parliamo, indubbiamente ci troviamo a passare. Le parole fuggono e le ore volano; tale la nostra età, tali le nostre azioni, tali le nostre glorie, tale le nostre miserie, tale questa nostra felicità. Tutto passa: non sia per noi motivo di spavento: La Parola del Signore dura sempre (Is 40, 8; Pt 1, 25).

 

 

Se viviamo bene, è segno che siamo morti e risuscitati. (Sermo 231, 3)

 

 

Agostino interpreta in chiave ecclesiologica i due episodi di pesca miracolosa, avvenuti l’uno all’inizio della chiamata dei discepoli da parte di Gesù (Cf. Lc 5, 1-11), l’altro dopo la sua risurrezione (Gv 21, 1-11). Nel suo sviluppo storico la Chiesa accoglie nella sua barca buoni e cattivi, senza operare discriminazioni: anzi è il Signore a favorire la crescita comune di grano e zizzania, secondo la terminologia di un’altra celebre parabola. "La chiesa di questo tempo è come un’aia; lo abbiamo detto spesso, lo diciamo spesso: ha la paglia e il grano" (Enarr. in Ps. 25, 2, 5). La separazione avverrà solo alla fine dei tempi: allora gli eletti, i centocinquantatré pesci della seconda pesca, si riconosceranno popolo di Dio, che partecipa dei beni della vita eterna. Di una tale cifra Agostino offre un’articolata spiegazione per far quadrare i conti: ai nostri occhi potrebbe sembrare un divertente - e forse sterile - esercizio esegetico, ma per il vescovo di Ippona è un modo per trasmettere ai fedeli un contenuto teologico: al di là di ogni disquisizione sulla quantità, gli eletti saranno definitivamente separati dai peccatori ed ammessi alla beatitudine senza fine.

 

Dai "Discorsi" di sant’Agostino, vescovo (Serm. 251, 1 / 248, 3 )

 

Le due pesche miracolose

Quando Cristo, nostro liberatore, si mette a pescare avviene la nostra liberazione. Tuttavia nel santo Vangelo ci si informa di due pesche effettuate dal Signore, nel senso che a un cenno della sua parola furono gettate le reti: una al principio quando egli scelse i discepoli (Cf. Lc 5, 1-11; Mt 4, 18-22), e questa seconda avvenuta dopo la resurrezione (Cf. Io 21, 1-11). La prima pesca raffigura la Chiesa com'è al presente, la seconda, quella cioè che avvenne dopo la resurrezione, raffigura la Chiesa come sarà alla fine del mondo. Notiamo infatti come nella prima pesca Cristo comandò che venissero gettate le reti senza specificare da che parte: comandò solo che fossero gettate. E i discepoli le gettarono, ma non ci si dice se a destra o a sinistra. Questo, perché i pesci simboleggiano gli uomini, e se fosse stato detto: A destra, vi sarebbero stati inclusi solo i buoni; se invece fosse stato detto: A sinistra, sarebbero stati inclusi solo i cattivi. Siccome però nella Chiesa si sarebbero dovuti trovare, mescolati insieme, e i buoni e i cattivi, le reti furono gettate in maniera imprecisata,edi modo che potessero essere catturati pesci suscettibili di significare la mescolanza dei buoni e dei cattivi. In piú, nella prima descrizione si narra anche questo, che cioè di pesci ne presero tanti da riempire le due barche e da farle affondare (Cf. Io 21, 1-11), o meglio, da gravarle al punto che stavano per affondare. In effetti, le barche non affondarono ma corsero pericolo di affondare. Perché un tale pericolo? Per i troppi pesci. Segno, questo, che, a causa della gran quantità di gente che la Chiesa avrebbe accolta, la disciplina avrebbe corso pericolo. È un particolare che si aggiunge nel racconto della prima pesca, dove si narra anche che per l'abbondanza dei pesci le reti si squarciavano. Le reti squarciate cosa volevano indicare se non gli scismi che sarebbero sorti in seguito? Tre cose dunque troviamo simboleggiate nella prima pesca: la mescolanza dei buoni e dei cattivi, l'appesantimento causato dalle folle, gli scismi provocati dagli eretici.

 

Passiamo ora dalla pesca del tempo presente in cui triboliamo, e veniamo a quella che desideriamo con ardore e alla quale aspiriamo sorretti dalla fede. Ecco, il Signore morì ma poi risuscitò e apparve ai discepoli in riva al mare (Cf. Io 21, 1-6). Anche quella volta comandò di gettare le reti, ma non in maniera imprecisata. Statemi attenti! In occasione della prima pesca non aveva loro detto: Gettate le reti a destra o a sinistra. Seinfatti avesse detto: A sinistra, vi sarebbero stati simboleggiati solo i cattivi; se: A destra, solo i buoni. Sicché non disse né a destra né a sinistra, perché dovevano essere presi nella rete i buoni mescolati con i cattivi. Eccoci invece adesso dopo la resurrezione. Quale sarà allora la Chiesa, ascoltatelo con discernimento, godetene e appropriatevene con la speranza. Dice: Gettate le reti a destra (Io 21, 6). È ora che vengano presi quelli della destra: non c'è piú da temere alcun cattivo. Voi infatti sapete che egli separerà le pecore dai capri e che collocherà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra, e sapete ancora che a quanti staranno alla sinistra dirà: Andate al fuoco eterno, mentre a coloro che si troveranno a destra dirà: Prendete possesso del regno (Mt 25, 41. 34). Ecco perché dice: Gettate le reti a destra. E le gettarono e presero del pesce: ne presero un numero ben determinato, poiché lassú non ci sarà nessuno che non rientri in quel numero (Ps 39, 6). Nel tempo presente quanta gente c'è che, pur non rientrando in quel numero, si accostano all'altare, sembrano appartenere al popolo di Dio, mentre non, sono scritti nel libro della vita! Là invece il numero è determinato. E fra, questi pesci cercate d'essere anche voi, non ascoltando solamente e lodando ma comprendendo bene e conducendo una vita buona.

 

In breve...

 

Nella pesca dei centocinquantatré pesci viene adombrata la Chiesa quale essa si manifesterà quando sarà formata soltanto dei buoni. (In Io. Ev. tr. 123, 2)

 

 

Il giorno senza tramonto

 

Ciò che adesso facciamo con la fede e con la speranza e ci sforziamo di raggiungere con la carità, è precisamente il riposo santo e perpetuo da ogni fatica e da ogni molestia; per giungere ad esso noi compiamo il passaggio da questa vita, che nostro Signore Gesú Cristo ebbe la bontà d'insegnarci e di santificare con la sua passione. Questo riposo però non consiste in un’infingarda inattività, ma in un'ineffabile tranquillità di contemplativa attività. Poiché alla fine delle opere della nostra vita noi ci riposiamo affinché godiamo nell'attività della vita eterna. Ma poiché siffatta attività si compie lodando Iddio senza fatica delle membra e senz'affanno di pensieri, il riposo per cui si passa a tale attività non è seguito da alcuna fatica, ossia l'attività non comincia in modo che finisca il riposo, poiché non è un tornare alle fatiche e agli affanni, ma è un'attività che conserva ciò che costituisce la caratteristica del riposo, ossia agire senza affaticarsi, pensare senza preoccuparsi. Poiché dunque per mezzo del riposo si torna alla prima vita, dalla quale l'anima cadde in peccato, questo riposo è simboleggiato nel sabato. Quella prima vita che si restituisce a coloro che tornano dall'esilio di questa vita e che ricevono il vestito piú bello (Lc 15, 22 s.), è simboleggiata dal primo giorno della settimana, che noi chiamiamo Domenica. Esamina i sette giorni, leggi la Genesi (Gen 2, 2 s.) e troverai il settimo giorno senza sera, poiché simboleggia il'riposo senza fine. La prima vita non fu dunque e terna per l'uomo peccatore, mentre l'ultimo riposo sarà eterno e perciò anche l'ottavo giorno avrà la felicità eterna, poiché il riposo eterno è incluso, non concluso nell'ottavo, altrimenti non sarebbe eterno. L'ottavo giorno sarà quindi come il primo, sicché la prima vita non sarà annullata, ma tramutata in eterna.


 

 Vita.. tutti desiderano una vita felice

 

Sant'Agostino

 

Pur seguendo un vario genere di vita, tutti vogliono una vita felice.

1,2. Ed ogni uomo, chiunque egli sia, vuole essere felice. Non c'è alcuno che questo non voglia e che non lo voglia al di sopra di tutte le cose; anzi, chiunque desidera altre cose, le vuole unicamente a questo scopo.

 

3. 3. Gli uomini soggiacciono a bramosie diverse, per cui uno aspira ad avere questo, un altro quello; diversi i modi di vivere nel genere umano: e nella larga varietà di generi di vita, chi sceglie e fa suo questo, chi quello. Una volta fatto proprio un qualsiasi modo di vivere, non c'è però alcuno che non ambisca una vita felice. È dunque un bene comune a tutti, ma sorge questione controversa circa la via che la fa raggiungere, che porta ad essa, circa la direzione da tenere che sia diretta alla meta. Per questo, se vogliamo cercare una vita felice sulla terra, non so se possiamo trovarla: non perché è un male l'oggetto della nostra ricerca, ma perché non lo cerchiamo nel luogo suo proprio. Uno dice: felici quanti sono soldati. Un altro nega e dice: felici, piuttosto, gli agricoltori. Ed ecco un altro respingere anche questo e dire: felici quanti sono in vista nel pubblico foro, difendono le cause e, con la parola, decidono della vita e della morte degli uomini. Ma lo nega un altro per dire: felici piuttosto i giudici, che hanno l'autorità di ascoltare e dirimere le questioni. Un altro non lo ammette e dice: felici quelli che viaggiano per mare, si rendono esperti di molte regioni, mettono insieme lauti guadagni. Potete notare, carissimi, come in tutta questa varietà di stili di vita non ce ne sia uno di gradimento a tutti: nondimeno, la vita felice piace a tutti. Come si spiega, che, mentre non a tutti è comune l'attrattiva per un qualunque genere di vita, la vita felice piace a tutti?

 

Quale sia la vita felice. Tutti vogliono vivere e godere buona salute.

4. 4. Se ci è possibile, vediamo di definire la vita felice in modo che tutti rispondano: Questo voglio. Dal momento che non c'è alcuno, il quale, richiesto se brami la vita felice, risponda con un rifiuto, vediamo invece che sia, di per sé, la vita felice; dobbiamo formulare un concetto che abbia il consenso di tutti e che nessuno possa dire: non lo approvo. Che cosa allora, fratelli miei, che cosa è la vita felice, che tutti vogliono e non è da tutti? Vediamo dunque di indagare. Poniamo si dica ad un tale: Vuoi vivere? Forse che l'intende come gli si dicesse: Vuoi essere soldato? Infatti, rispetto alla domanda: Vuoi essere soldato? alcuni mi direbbero: Lo voglio, ma i più forse: Non voglio. Se però domando: Vuoi vivere? credo non ci sia nessuno che mi risponda: Non voglio. Giacché tutti, per natura, hanno innato il voler vivere e il non voler morire. Ugualmente se dirò: Vuoi star bene in salute? ritengo non ci sia nessuno che dica di no: nessuno, infatti, vuole essere malato. Anche nel ricco è preziosa la salute e, di certo, è l'unica cosa che abbia il povero. Ma che giova al ricco l'abbondanza se non si accompagna alla salute, che è il patrimonio del povero? Il ricco preferirebbe scambiare il letto d'argento con la coperta di pelo di capra del povero se l'infermità potesse essere trasferita con il letto. Ecco, in questi due casi, la vita e la salute, il punto di vista di tutti mi si è mostrato concorde. È stata forse concorde l'opinione di tutti per la vita militare? quella di tutti per l'agricoltura? quella di tutti per la vita propria della gente di mare? Concorde l'opinione per la vita e la salute.

 

5. 4. Di conseguenza, non va in cerca di altro l'uomo che ha vita e salute? Se abbia saggezza, pare non debba preoccuparsi di avere altro. Quando infatti si è in piena vigoria e in perfetta salute, se si cerca ancora per avere di più, non sarà solo smodata avidità?

 

Una vita tribolata non è propriamente vita. Si può ritenere vita solo quella beata.

5. 5. Gli empi avranno una vita di tormenti. Infatti verrà l'ora - come è detto nel Vangelo - in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna 8. Dunque, quelli al premio, questi al tormento; e gli uni e gli altri sono viventi, né alcuno di loro può cessare di esistere. Coloro che vivono nel luogo del premio abbracciano una vita di delizie; quanti, al contrario, vivono nel tormento - se potesse verificarsi -, desiderano vivamente la fine di una tale vita; ma nessuno dà loro una fine, come nessuno può sottrarre loro quello strazio. Considera piuttosto la Scrittura che si esprime distinguendo: una tale vita non si degnò di chiamarla vita. Al vivere negli strazi, nei tormenti, nelle fiamme eterne non ha voluto dare il nome di vita, affinché il nome stesso, vita, stia a significare lode, non cupo dolore, così che dovunque sentì proferire il nome di "vita", tu non debba andare con il pensiero ai tormenti. Infatti, essere nei tormenti per sempre è morte eterna, non una qualche vita. Le Scritture la definiscono "seconda morte" 9 dopo questa prima che dobbiamo alla nostra condizione di uomini. Anche la "seconda morte" è detta morte, eppure nessuno vi muore. Più concretamente e in modo migliore avrei dovuto dire: nessuno vi è vivente. Pertanto, vivere in mezzo ai travagli non è vivere. E in base a che cosa noi proviamo che la Scrittura si sia espressa in tal senso? Ecco il fondamento, da questa testimonianza che ho appena ricordato: Udranno infatti la sua voce - afferma - e quanti fecero il bene ne usciranno per una risurrezione di vita 10. Non ha detto: "di vita felice", ma: per una risurrezione di vita.

 

6. 5. Il solo nome, vita, comporta beatitudine. Se infatti il nome "vita" non comportasse beatitudine, non si direbbe a Dio: Perché in te è la sorgente della vita 11. In realtà, anche in quel testo non vi si dice: Perché in te è la sorgente della vita felice. Non vi è aggiunto "felice". Gli è bastato dire vita perché tu l'intenda felice. Per quale ragione? Perché se è infelice, non è più vita.

 

Ne dà conferma con un altro passo della Scrittura. La vita non è felice se non è eterna.

6. 6. Ecco un'altra prova. Ne abbiamo date già due. È stato infatti affermato: Quanti fecero il bene per una risurrezione di vita 12; è stato ugualmente affermato: In te è la sorgente della vita 13. In nessuno dei due passi è stato aggiunto "felice", ma s'intende per "vita" solo quella che è "felice"; quella, invece, che non è felice, neppure è vita. Prendi ancora dell'altro dal Vangelo. Credo che quel ricco giovane - che non voleva sbarazzarsi di quanto possedeva e si doleva di perdere i suoi beni, che era costretto ad abbandonare con la morte - mentre si rallegrava in quella larghissima profusione di grandi ricchezze, ma tuttavia terrene, veniva importunato dal timore della morte, e la sua coscienza gli diceva pressappoco: Ecco, te la godi nei beni e non sai quando possa sopraggiungere la prima febbre. Guadagni, acquisti, procuri e accumuli e godi: ti viene richiesta la tua vita: quello che hai preparato di chi sarà? 14 Riflettendo a questo - a quanto è dato capire, sentendosi spesso punzecchiato da fitte di sgomento - avvicinò il Signore e gli chiese: Maestro buono, che devo fare per meritare la vita eterna? 15 Temeva la morte e doveva di necessità morire. Non aveva via da prendere per non perdere la vita. Tutto preso dalla ineluttabilità della morte e dal desiderio ansioso di vivere, avvicinò il Signore per domandargli: Maestro buono, che devo fare per meritare la vita eterna?

 

7. 6. Tra l'altro - per limitarci a quanto riguarda l'argomento presente - sentì dirsi: Se vuoi entrare nella vita osserva i comandamenti 16. Avevo detto che ne avrei dato la prova: eccola. Costui, nel porre la domanda, non disse: Che devo fare per ottenere la vita "felice"!, ma disse solamente: la vita eterna 17. Non volendo morire, si informò della vita che non ha fine. O che - come ho detto -non è senza fine anche la vita degli empi nei tormenti? Ma costui non chiamava vita questa. Sapeva che non è vita quella che si troverebbe nei dolori e nei tormenti: sapeva che bisognava chiamarla piuttosto morte. Perciò cercava la vita eterna: che non si dubiti trattarsi di felicità dove si sente parlare di vita. Anche il Signore non gli rispose: Se vuoi entrare nella vita felice osserva i comandamenti, ma anch'egli si limitò a chiamarla vita e rispose: Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti. Di conseguenza, quella che è nei tormenti non è vita; ed è vita unicamente quella che è felice: e può essere felice solo perché è eterna. Quindi, quel ricco, cosciente che il timore della morte lo teneva ogni giorno nell'inquietudine, cercava la vita eterna, poiché, a suo avviso, già possedeva una vita felice. Infatti, era ricco e in salute e suppongo si dicesse: Purché io possa vivere sempre, non voglio più altro. Riteneva perciò come degni di affezione quei piaceri di cui appagava ambizioni vacue. Il Signore intervenne appunto a correggere - se pure fu notato da quello - usando semplicemente il termine "vita". Non disse: Se vuoi venire alla vita eterna, desiderata propriamente dal ricco, quasi già in possesso di una vita felice; neppure disse: Se vuoi entrare nella vita felice, sapendo che, se infelice, non si può chiamare vita; ma disse: Se vuoi entrare nella vita,- dove eterna, ivi felice. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti. Perciò, "vita" quella eterna e felice; poiché, se non è eterna, neppure è felice: se, invece, è eterna nei tormenti neppure è vita.

 

La vera vita è quella eterna e felice. Necessariamente eterna la vita felice.

8. 7. Com'è fratelli? Quando io domandavo se era vostro desiderio vivere, davate tutti una risposta affermativa, se volevate star bene in salute, eravate tutti per la sanità. Però, se c'è il timore che vengano meno la salute e la vita, non si tratta più di vita. Non è infatti un vivere sempre, ma un temere sempre. Sempre temere è trovarsi sempre nell'afflizione. Se la sofferenza è perenne, dov'è la vita eterna? Teniamo per certo che è felice solo la vita eterna; anzi, non c'è felicità che nella vita: infatti, se non è eterna e se non è in pienezza perpetua, indubbiamente non è felice e non è vita. Abbiamo trovato la soluzione, tutti sono d'accordo. Abbiamo certo raggiunto la meta con il pensiero, non ancora nella realtà. La realtà tutti aspirano a possederla: non c'è alcuno che non lo desideri. Sia cattivo, sia buono, la ricerca; chi è buono, però, con fiducia; chi è cattivo, sfacciatamente. Perché cerchi il bene, o malvivente? O non è la tua stessa richiesta a risponderti, quanto tu sia disonesto, pretendendo, cattivo, il bene? Non richiedi roba altrui? Allora, se cerchi il sommo bene, cioè la vita, sii buono per raggiungere il bene. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti 18. Ma, quando avremo raggiunto la vita, a che serve che io aggiunga "eterna"? A che serve che io aggiunga "felice"? Vita una volta per sempre, perché è vita quella che è, insieme, eterna e felice. Quando saremo pervenuti alla vita, avremo la certezza di vivere in essa per sempre. Infatti, se ci troveremo là e non avremo la certezza di durarvi per sempre, anche là saremo nel timore. E se ci sarà timore, ci sarà sofferenza non del corpo, ma, quel che è peggio, dell'anima. Ma quale felicità dov'è sofferenza? Avremo, quindi, la sicurezza di trovarci sempre in quella vita e che non potremo vederne la fine, perché saremo nel regno di colui del quale è stato detto: E il suo regno non avrà fine 19.

 

9. 7. La Sapienza, facendo conoscere la gloria dei santi di Dio, la cui morte è preziosa al suo cospetto, afferma - come avete ascoltato al termine della lettura -: E il Signore regnerà per sempre su di loro 20. Saremo dunque nel regno grande e di durata eterna e, appunto perché giusto, grande ed eterno.

 

Il regno di Dio è immune dai falsi sospetti, causa dei mali del mondo.

9. 8. Ivi nessuno inganna e nessuno è ingannato: là non ti capita di pensar male di un tuo fratello. Infatti, per la maggior parte, i mali del genere umano altra causa non hanno che quella dei falsi sospetti. Sei convinto di essere odiato da un tale che forse ti ama; anzi, per un ingiusto sospetto diventi acerrimo nemico di chi ti è il più grande amico. Che può fare colui al quale neghi fiducia ed è incapace di darti prova dei suoi sentimenti? Ti parla e dice: "Ti voglio bene". Ma per il fatto che potrebbe dirtelo anche mentendo (le parole di chi mentisce sono quelle stesse di chi dice il vero), non prestando tuttora fede, hai odiato. Per questo ha voluto renderti immune da questo peccato colui che ha detto: Amate i vostri nemici 21. O cristiano, vedi di amare anche i nemici, perché, da imprudente, non giunga ad odiare persino gli amici. Durante questa vita non possiamo vedere quel che siamo interiormente, finché venga il Signore e metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; e allora ciascuno avrà la sua lode da Dio 22.

 

Verità e conoscenza degli amici per una vita felice.

10. 9. Se adesso venisse a parlarci qualcuno di nostra indiscussa fiducia, se parlasse un Profeta, se Dio - secondo la sua volontà e ad opera di persona di sua scelta - dicesse: "Vivete tranquilli, avrete abbondanza di ogni cosa, nessuno di voi morirà, nessuno sarà infermo, nessuno avrà da soffrire; ho abolito la morte dal genere umano, non voglio che alcuno muoia", se lo dicesse, noi, come per una sicurezza raggiunta, saremmo esultanti e non vorremmo più altro. Ci sembra senz'altro così. Se udissimo questo, vorremmo immediatamente che, in più, ci venisse dato di conoscerci a vicenda quali siamo interiormente, né saremmo mal disposti per essere offuscata da diffidenza umana la nostra vista, ma vedremmo secondo la verità che è da Dio: questo per non essere turbato dal sospetto sul conto di un mio amico, di un mio vicino, che mi possa odiare, che voglia la mia rovina, fino a commettere il male prima di subirlo, proprio a causa del turbamento. Indubbiamente chiederemmo questo, chiederemmo la vita sicura e la reciproca conoscenza dei nostri sentimenti. Infatti comprendete ormai che cosa io intenda per vita; non ho intenzione di intontire piuttosto che istruire con l'insistere sull'argomento. In conclusione, oltre alla vita, vorremmo anche luce di verità per conoscere a vicenda i nostri sentimenti, per non restare ingannati da nostri sospetti, allo scopo di avere certezza circa la nostra vita senza fine, di non venir meno da essa. Aggiungi alla vita la verità, ed eccoti la vita felice. Giacché nessuno vuole essere ingannato così come nessuno vuole morire. Mostrami un uomo che voglia essere ingannato. Di coloro che sono intenzionati a ingannare se ne trovano ben molti: nessuno che voglia essere ingannato. Vedi di trarre le conclusioni per tuo conto. Non vuoi essere ingannato, non ingannare: non fare ciò che non vuoi subire. Tu che vuoi entrare nella vita dove non puoi essere ingannato, vivi in modo da escludere l'inganno. Vuoi entrare nella vita dove non puoi essere ingannato? Chi è che non lo voglia? La ricompensa procura piacere; non devi rifiutare l'opera che comporta la ricompensa. Vivi adesso la vita in cui non devi ingannare, ed entrerai in quella vita dove non puoi essere ingannato. A chi è veritiero sarà corrisposta quale mercede la verità e a chi vive rettamente nel tempo sarà corrisposta, quale mercede, l'eternità.

 

Cristo: via alla vita e alla verità. I martiri, seguendo Cristo, ci hanno reso accessibile la via stretta.

10. 10. Infine, fratelli, tutti vogliamo questo: la vita e la verità. Ma quale via percorriamo, lungo quale itinerario ci muoviamo? Infatti con il pensiero e il discernimento, siamo nondimeno già in grado di credere e vedere la meta cui tendiamo, sebbene non sia ancora in nostro possesso: siamo protesi verso la vita e la verità. È Cristo stesso. Che via vuoi percorrere? Egli dice: Io sono la via. Dove vuoi andare? Io sono e la verità e la vita 23.

 

 

11. 10. Ecco quanto hanno amato i martiri, per questo hanno disprezzato le cose presenti e transitorie. Non stupitevi della loro fortezza, l'amore vince il dolore. Chi ha promesso è verace, chi ha promesso è fedele, chi ha promesso non può ingannare. Diciamogli dunque con integra coscienza: Seguendo le parole della tua bocca, mi sono attenuto alla via stretta 24. Perché temi le vie aspre dei patimenti e delle tribolazioni? Egli stesso vi è passato. Forse tu opponi: "Però era lui". Vi sono passati gli Apostoli, Ancora tu replichi: "Però erano gli Apostoli". Lo ammetto. Rispondi ora: in seguito vi sono passati anche molti uomini. Arrossisci: vi sono passate anche le donne. Da vecchio incontri il martirio? Non temere la morte almeno per il fatto che ci sei vicino. Sei giovane? Vi sono passati anche i giovani, che speravano ancora di vivere: vi sono passati anche i fanciulli, vi sono passate anche le fanciulle. Come può essere ancora impervia una via che si è spianata sotto i passi di molti? Ecco dunque la consueta e pressante nostra esortazione a voi rivolta, fratelli, ad evitare che celebriamo le ricorrenze dei martiri con una vuota solennità; però, non lasciamoci prendere dalla paura di imitare anche con pari fede coloro ai quali dimostriamo affezione in occasione delle loro solennità.

 

Discorso 306


DISCORSO 357

 

 

ELOGIO DELLA PACE.

 

Sant'Agostino 

 

Lode della pace. Come comportarsi coi nemici della pace.

 

1. E` il momento questo di esortare la Carità vostra ad amare la pace secondo tutte le forze di cui il Signore vi fa dono, e a pregare il Signore per la pace. La pace sia la nostra diletta, la nostra amica; possiamo noi vivere, con essa nel cuore, in casta unione, possiamo con lei gustare un riposo pieno di fiducia, un sodalizio senza amarezze. Vi sia con essa indissolubile amicizia. Sia il suo abbraccio pieno di dolcezza. Non è difficile possedere la pace. E`, al limite, più difficile lodarla. Se la vogliamo lodare, abbiamo bisogno di avere capacità che forse ci mancano; andiamo in cerca delle idee giuste, soppesiamo le frasi. Se invece la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e possiamo possederla senza alcuna fatica. Quelli che amano la pace vanno lodati. Quelli che la odiano non vanno provocati col rimprovero: è meglio cominciare a calmarli con l'insegnamento e con [la strategia del] silenzio. Chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace. Facciamo un esempio: tu che ami questa luce visibile non ti adiri con i ciechi ma li compiangi. Ti rendi conto di quale bene tu godi, di quale bene essi sono privi e ti appaiono degni di pietà. Davvero non li condanneresti, anzi, se ne avessi la possibilità, che so io, una capacità medica, o anche un farmaco utile, ti affretteresti a far qualcosa per risanarli. Così, se ami la pace, chiunque tu sia, abbi compassione di chi non ama quello che tu ami, di chi non possiede quello che possiedi tu. L'oggetto del tuo amore è di tal natura che non comporta invidia da parte di chi partecipa con te allo stesso possesso. Chi possiede la stessa pace che possiedi tu, non per questo fa diminuire il tuo possesso. Se tu desideri un determinato bene terreno, è difficile che non porti un po' d'invidia a chi ne possiede più di te. Ancora: se per caso ti viene in mente di condividere con un amico una tua proprietà per acquistare reputazione di uomo benefico o per far noto l'amore fraterno anche nelle necessità attuali, se dunque vuoi dividere con un amico un tuo possesso, sia un podere, sia una casa, o qualcosa del genere, devi appunto dividerlo con lui, devi goderlo in partecipazione con lui. Nel caso che tu ne voglia aggiungere un terzo o un quarto, già devi valutare quanti ne contenga la casa per la coabitazione o quanti ne può mantenere il fondo e devi concludere: un quinto non entra, un sesto non può abitare con noi, non ci sta. E per un settimo [devi dire]: " Una così piccola proprietà come può fornirgli sostentamento? ". Per lo stesso limite della proprietà, non per volontà tua, bisogna escluderne altri. Se invece ami, tieni, possiedi la pace, puoi invitarne quanti vuoi alla partecipazione di questo possesso. Anzi, i suoi confini si allargano quanto più cresce il numero di coloro che la posseggono. Una casa terrena non contiene più di un certo numero di abitanti. In quanto alla pace essa cresce in proporzione del numero di chi ne usufruisce.

 

Amare la pace è possederla.

2. Che cosa buona è amare! Amare è già possedere. E chi non vorrebbe veder crescere ciò che ama? Se vuoi con te pochi partecipi della pace, avrai una pace ben limitata. Ma se vuoi veder crescere questo tuo possesso, aumenta il numero dei possessori. O miei fratelli, in che misura è noto quello che vi ho detto, che amare la pace è possedere un bene; che lo stesso amarla è già possederla? Non ci sono parole adatte a magnificare, non ci sono sentimenti adeguati a meditare questa cosa straordinaria che amare è possedere. Considera gli altri beni per cui gli uomini si accendono di cupidigia. Li puoi vedere: c'è chi ama i terreni; chi l'argento, chi l'oro, chi la numerosa prole, chi case ricche, ben arredate, chi fondi molto ameni e di gran valore. Chi ama queste cose non per il fatto che le ama anche le possiede; può esserne totalmente sprovvisto chi le ama. Ma anche se non può avere, ama, si strugge dal desiderio di avere. Se poi comincia a possedere qualcosa è tormentato dal timore di perderlo. C'è chi ama gli onori, il potere. Quanti privati cittadini aspirano a raggiungere il potere! Ma il più delle volte si trovano all'ultimo giorno della loro vita senza aver raggiunto ciò che volevano. Allora, che prezzo avrà quel bene che potrai possedere appena lo amerai? L'acquisto del nostro tesoro non richiede prezzo. Non devi andare in cerca di un protettore per conseguirlo. Eccolo lì dove tu sei: basta che ami la pace, ed essa istantaneamente è con te. La pace è un bene del cuore e si comunica agli amici, ma non come il pane. Se vuoi distribuire il pane, quanto più numerosi sono quelli per cui lo spezzi, tanto meno te ne resta da dare. La pace invece è simile al pane del miracolo che cresceva nelle mani dei discepoli mentre lo spezzavano e lo distribuivano.

 

Comunicare la pace con la pace ai fratelli separati.

3. E intanto abbiate la pace tra voi, fratelli. Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all'interno, il lume acceso. L'eretico rifiuta la pace come l'occhio malato la luce. Ma per il fatto che il malato di occhi non può tollerare la luce, non ne consegue che essa sia una cosa cattiva. L'occhio malato rifugge dalla luce eppure è stato fatto in funzione della luce. Quelli dunque che amano la pace e la vogliono possedere fanno in modo che se ne moltiplichino i possessori, così che questo possesso cresca. Facciano in modo di aiutare con ogni mezzo i malati d'occhi, con ogni sforzo, con ogni tentativo: anche loro malgrado, anche se resistono alla cura, e saranno felici quando avranno riacquistato la vista! Supponi che il malato si irriti con te. Non stancarti di aiutarlo standogli vicino. E tu, amico della pace, rifletti, e gusta per primo l'incanto della tua diletta. Ardi d'amore tu, così sarai in grado di attirare un altro allo stesso amore, in modo che egli veda ciò che tu vedi, ami ciò che tu ami, possegga ciò che tu possiedi. E` come se ti parlasse la pace, la tua diletta, e ti dicesse: Amami e mi avrai sempre. Attira qui ad amarmi tutti quelli che puoi: per un amore casto, integro e permanente; attira tutti quelli che puoi. Essi mi troveranno, mi possederanno, troveranno in me la loro gioia. Come non si altera la luce per quanti siano quelli che ne godono, così, anche se sono numerosi quelli che mi amano, non mi alterano. Quelli che non vogliono venire è perché non hanno occhi per vedere. Non vogliono venire perché il fulgore della pace abbaglia l'occhio malato della discordia. Considera il miserevole linguaggio di questi malati. Viene loro riferito: " E` stato deciso che i cristiani si mettano in pace ". A questa notizia dicono fra di loro: " Poveri noi ". Perché dicono così? Perché quelle parole di paura: " Poveri noi, viene l'unità "? Quanto più giustamente si dovrebbe paventare la discordia e dire: " Poveri noi! Viene la discordia. Lungi da noi la discordia che è come la tenebra per chi non vede ". E invece sta venendo l'unità. Bisogna goderne, fratelli. Perché aver timori? E` stata annunciata l'unità, non una belva, non un incendio: viene l'unità, la luce. Eppure c'è qualcuno che, se vuole proprio dire la verità, deve dire: " Non tremo di fronte a una belva, non sono pauroso. Della luce invece ho paura perché il mio occhio è malato ". Bisogna dunque curarlo. Bisogna farli partecipi di quel bene, che, quando lo si distribuisce, non diventa più piccolo. Comunichiamolo a loro nella misura delle nostre forze, quante il Signore ce ne dà.

 

 

4. Dunque, miei carissimi, l'autentica mitezza cristiana e cattolica va contrapposta a loro, faccio appello alla vostra Carità. Qui si tratta di curare: è come se ci fosse una infiammazione negli occhi di questi santi. Bisogna dunque procedere, nella cura, con precauzione, con delicatezza. Nessuno attacchi briga con loro. Nessuno voglia con la polemica difendere neanche la sua stessa fede. Dalla disputa può scattare una scintilla di lite ed ecco data l'occasione a chi la cerca. Insomma, se anche devi sentire un'ingiuria, tollera, sopporta, passa oltre. Ricòrdati che sei in funzione di medico. Osservate il tratto gentile dei medici verso i malati anche quando la medicina è dolorosa. Essi prestano la loro cura anche quando debbono sentire una protesta. Non rispondono insulto ad insulto. La risposta alle loro parole sia puntuale: di uno che cura a uno che dev'essere curato, non di due che litigano. Sopportate con pazienza, ve ne scongiuro, fratelli miei, [anche le provocazioni]. " Non tollero - obietta qualcuno - che si insulti la Chiesa ". Ma è proprio la Chiesa che ti prega di essere paziente con chi insulta la Chiesa. " Si denigra il mio vescovo. Si dicono cose infami del mio vescovo e tacerò? ". Si dicano pure cose infami, ma tu taci, ora: non per consenso - è chiaro - ma per sopportazione. Se per il momento non entri nelle discussioni, fai un servizio al tuo vescovo. Cerca di capire il momento: abbi prudenza. Pensa a quanti bestemmiano il tuo Dio. Tu senti e Lui non sente? tu sai ed egli non sa? Eppure fa sorgere il sole sui buoni e sui malvagi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti 1. Dio dunque mostra [al momento] pazienza e rimanda la [manifestazione della] sua potenza. Così anche tu valuta il tempo e non eccitare questi occhi gonfi, infiammati: aumenteresti il loro malessere. Sei amico della pace? Allora sta' interiormente tranquillo con la tua amata. " Così - dirai - non c'è da far nulla? ". Certo che hai qualcosa da fare: elimina i litigi. Volgiti alla preghiera. Non respingere dunque l'ingiuria con l'ingiuria ma prega per chi la fa. Vorresti ribattere, parlare a lui, contro di lui. Invece parla a Dio di lui. Vedi che non è esattamente il silenzio che t'impongo. Si tratta di scegliere un interlocutore diverso; quello al quale tu puoi parlare tacendo: a labbra chiuse ma col grido nel cuore. Dove il tuo avversario non ti vede, lì sarai efficace per lui. A chi non ama la pace e vuol litigare rispondi così con tutta pace: " Di' quello che vuoi, odia quanto vuoi, detesta quanto ti piace, sempre mio fratello sei. Perché ti adoperi per non essere mio fratello? Buono, cattivo, volente, nolente, sempre mio fratello sei ". Egli potrebbe replicare: " Come posso esserti fratello? Io ti sono avversario, nemico ". Ma tu: " Anche se parli in questo modo, anche così sei mio fratello ". Sembra assurdo: mi odia, mi detesta e tuttavia mi è fratello? Si vorrebbe che io accettassi il modo di vedere di uno che non sa quel che si dica? Io gli desidero la guarigione: che veda la luce, che mi riconosca fratello. Vuoi che io accetti quello che lui dice: che io non sarei suo fratello per il fatto che egli mi detesta e mi odia? Debbo credere a lui e non alla stessa luce? Sentiamo che cosa dice la stessa Luce. Leggi il Profeta: Ascoltate, voi che temete, la parola del Signore. E` lo Spirito Santo che parla per bocca del profeta Isaia: Ascoltate la parola del Signore, voi che temete. Dite: Siete nostri fratelli, anche a coloro che vi odiano e vi detestano. Il fatto è che la luce risplende, fa vedere la fraternità. Il malato d'occhi dice: " Chiudi la finestra ". E invece tu apri gli occhi alla luce. Tu che secondo lui sei ancora in mezzo alle tenebre riconosci il tuo fratello in piena luce e di' senza timore non le mie, ma le parole di Dio. E` Dio che parla: Dite: Siete nostri fratelli. Di chi? Anche di quelli che vi odiano. Non ci sarebbe infatti nulla di straordinario se chiamaste fratelli quelli che vi amano. Invece si tratta proprio di quelli che vi odiano e vi detestano. Ma come può essere? Sta' a sentire e riconosci il buon frutto di una situazione condotta in tal modo. Fa' come se interrogassi il Signore Dio tuo e dicessi: " Signore, come posso dire: " Sei mio fratello " a chi odia, a chi detesta? Dimmi tu quale sarebbe la ragione ". Eccola: Perché il nome del Signore sia glorificato. Appaia nella gioia ed essi siano confusi 2. Cerca di vedere, te ne scongiuro, qual è il frutto della pazienza, il risultato della mitezza. Dite: Siete nostri fratelli. Perché? Perché il nome del Signore sia glorificato. Perché non ti si riconosce fratello? Perché ci si restringe al nome dell'uomo, a glorificare l'uomo [invece di glorificare Dio]. Ripeti dunque: " Fratello mio, puoi odiarmi, puoi detestarmi finché vuoi, sei sempre mio fratello. Riconosci in te il segno di mio Padre, che è la parola del nostro Padre. Per quanto fratello cattivo, per quanto fratello litigioso, mio fratello sempre sei, perché anche tu dici, come dico io: Padre nostro che sei nei cieli 3. Il nostro linguaggio è uguale. Perché non ci manteniamo uniti in lui? Ti prego, fratello, riconosci il senso di quello che dici insieme a me e condanna quello che fai contro di me. Considera le parole che escono dalle tue stesse labbra e, più che me, ascolta te stesso. Pensa chi è Colui a cui diciamo: Padre nostro che sei nei cieli. Non è un amico, non è un vicino. E` uno, quello a cui ci rivolgiamo, che ci fa obbligo di andare d'accordo, e dato che siamo uniti con una stessa voce davanti al Padre, perché non dobbiamo essere uniti in una stessa pace? ".

 

Pace fervida di amore. Digiuno e ospitalità verso gli aderenti alla conferenza.

 

5. Queste cose ditele con fervore, ma con dolcezza. Sia appassionata la vostra parola, ma per il fervore della carità, non per l'esaltazione della discordia. E pregate con me il Signore in questi solenni digiuni: quello che già era stabilito di fare per il Signore facciamolo con l'intenzione di un'offerta per questa santa causa. Il solenne digiuno era previsto per il periodo successivo alla Pentecoste. Avremmo digiunato in ogni modo anche se non ci fosse stata questa ragione. Che cosa dunque dobbiamo fare per i nostri fratelli? Li abbiamo in carico nel nome del Signore nostro Dio e medico nostro; per curarli e risanarli, anzi per offrirli a lui perché siano risanati, non presumendo di essere noi la mano del medico. E allora che cosa possiamo fare? Pregare lo stesso medico, digiunando, appunto, con umiltà di cuore, con pia azione di lode, con rispetto verso i fratelli. Col Signore preghiera fervida, coi fratelli carità. Si dovrebbero anche aumentare le elemosine perché siano esaudite più facilmente le preghiere. Praticate anche l'ospitalità: è il momento opportuno dato che vi è qui assembramento dei servi di Dio; è l'occasione buona, la circostanza adatta. Perché lasciarla vanificare? Fa' l'inventario di quello che hai nel cenacolo della tua casa e decidi che cosa puoi riservare al cielo, cioè in sostanza a te: per il solo tesoro che ti lascia senza preoccupazioni. Deposita dunque in alto e affida le tue cose non al tuo servo ma al tuo Signore; lì dove non puoi temere che il ladro penetri a rubare, lo scassinatore a rapinare, la violenza del nemico in guerra a depredare. Fa' in modo di avere dei beni che ti vengano restituiti. Anzi ti sarà reso in una misura superiore a quella in cui dài. Il Signore ti vuole usuraio, ma nei riguardi suoi, non del tuo prossimo.


Sperare Dio da Dio

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Il profumo di Te

 

Sant'Agostino

 

Ciò che sento in modo non dubbio, anzi certo, Signore, è che ti amo. Folgorato al cuore da te mediante la tua parola, ti amai, e anche il cielo e la terra e tutte le cose in essi contenute, ecco, da ogni parte mi dicono di amarti, come lo dicono senza posa a tutti gli uomini, affinché non abbiano scuse. Più profonda misericordia avrai di colui, del quale avesti misericordia, userai misericordia a colui, verso il quale fosti misericordioso. Altrimenti cielo e terra ripeterebbero le tue lodi a sordi. Ma che amo, quando amo te? Non una bellezza corporea, né una grazia temporale: non lo splendore della luce, così caro a questi miei occhi, non le dolci melodie delle cantilene d'ogni tono, non la fragranza dei fiori, degli unguenti e degli aromi, non la manna e il miele, non le membra accette agli amplessi della carne. Nulla di tutto ciò amo, quando amo il mio Dio. Eppure amo una sorta di luce e voce e odore e cibo e amplesso nell'amare il mio Dio: la luce, la voce, l'odore, il cibo, l'amplesso dell'uomo interiore che è in me, ove splende alla mia anima una luce non avvolta dallo spazio, ove risuona una voce non travolta dal tempo, ove olezza un profumo non disperso dal vento, ov'è colto un sapore non attenuato dalla voracità, ove si annoda una stretta non interrotta dalla sazietà. Ciò amo, quando amo il mio Dio ( 10, 6, 8).

 

La felicità

Come ti cerco, dunque Signore? Cercando te, Dio mio, io cerco la felicità della vita. Ti cercherò perché l'anima mia viva. Il mio corpo vive della mia anima e la mia anima vive di te (10, 20, 29).

 

La vera felicità

Lontano, Signore, lontano dal cuore del tuo servo che si confessa a te, lontano il pensiero che qualsiasi godimento possa rendermi felice. C'è un godimento che non è concesso agli empi, ma a coloro che ti servono per puro amore, e il loro godimento sei tu stesso. E questa è la felicità, godere per te, di te, a causa di te, e fuori di questa non ve n'è altra. Chi crede ve ne sia un'altra, persegue un altro godimento, non il vero. Tuttavia da una certa immagine di godimento la loro volontà non si distoglie (10, 22, 32).

 

Dio, di te mi ricordo...

Ecco quanto ho spaziato nella mia memoria alla tua ricerca, Signore; e fuori di questa non ti ho trovato. Nulla di te ho trovato, dal giorno in cui ti conobbi, che non sia stato un ricordo; perché dal giorno in cui ti conobbi, non ti dimenticai. Dove ho trovato la verità, là ho trovato il mio Dio, la Verità persona; e non ho dimenticato la Verità dal giorno in cui la conobbi. Perciò dal giorno in cui ti conobbi, dimori nella mia memoria, e là ti trovo ogni volta che ti ricordo e mi delizio di te. E' questa la mia santa delizia, dono della tua misericordia, che ebbe riguardo per la mia povertà (10, 24, 35).

 

Tu abiti nella mia memoria

Ma dove dimori nella mia memoria, Signore, dove vi dimori? Quale stanza ti sei fabbricato, quale santuario ti sei edificato? Hai concesso alla mia memoria l'onore di dimorarvi, ma in quale parte vi dimori? A ciò sto pensando. Cercandoti col ricordo, ho superato le zone della mia memoria che possiedono anche le bestie, poiché non ti trovavo là, fra immagini di cose corporee. Passai alle zone ove ho depositato i sentimenti del mio spirito, ma neppure li ti trovai. Entrai nella sede che il mio spirito stesso possiede nella mia memoria, perché lo spirito ricorda anche se medesimo, ma neppure là tu eri, poiché, come non sei immagine corporea né sentimento di spirito vivo, quale gioia, tristezza, desiderio, timore, ricordo, oblio e ogni altro, così non sei neppure lo spirito stesso, essendo il Signore e Dio dello spirito, e mutandosi tutte queste cose, mentre tu rimari immutabile al di sopra di tutte le cose. E ti sei degnato di abitare nella mia memoria dal giorno in cui ti conobbi! Perché cercare in quale luogo vi abiti? come se colà vi fossero luoghi. Vi abiti certamente, poiché io ti ricordo dal giorno in cui ti conobbi, e ti trovo nella memoria ogni volta che mi ricordo di te (10, 25, 36).

 

Dove ti trovai?

Dove dunque ti trovai, per conoscerti? Certo non eri già nella mia memoria prima che ti conoscessi. Dove dunque ti trovai, per conoscerti, se non in te, sopra di me? Lì non v'è spazio dovunque: a allontaniamo, ci avviciniamo, e non v'è spazio dovunque. Tu, la Verità, siedi alto sopra tutti coloro che ti consultano e rispondi contemporaneamente a tutti coloro che ti consultano anche su cose diverse. Le tue risposte sono chiare, ma non tutti le odono chiaramente. Ognuno ti consulta su ciò che vuole, ma non sempre ode la risposta che vuole. Servo tuo più fedele è quello che non mira a udire da te ciò che vuole, ma volere piuttosto ciò che da te ode (10, 26, 37).

 

Tardi ti amai...

Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace (10, 27, 38)

 

La vera vita

Quando mi sarò unito a te con tutto me stesso, non esisterà per me dolore e pena dovunque. Sarà vera vita la mia vita, tutta piena di te. Tu sollevi chi riempi; io ora, non essendo pieno di te, sono un peso per me; le mie gioie, di cui dovrei piangere, contrastano le afflizioni, di cui dovrei gioire, e non so da quale parte stia la vittoria; le mie afflizioni maligne contrastano le mie gioie oneste, e non so da quale parte stia la vittoria. Ahimè, Signore, abbi pietà di me! Ahimè! Vedi che non nascondo le mie piaghe. Tu sei medico, io sono malato: tu sei misericordioso, io sono misero. Non è, forse, la vita umana sulla terra una prova? Chi vorrebbe fastidi e difficoltà? Il tuo comando è di sopportarne il peso, non di amarli. Nessuno ama ciò che sopporta, anche se ama di sopportare; può godere di sopportare, tuttavia preferisce non avere nulla da sopportare.

 

Nelle avversità desidero il benessere, nel benessere temo le avversità. Esiste uno stato intermedio fra questi due, ove la vita umana non sia una prova? Esecrabili le prosperità del mondo, una e due volte esecrabili per il timore dell'avversità e la contaminazione della gioia. Esecrabili le avversità del mondo, una e due volte esecrabili per il desiderio della prosperità e l'asprezza dell'avversità medesima e il pericolo che spezzi la nostra sopportazione. La vita umana sulla terra non è dunque una prova ininterrotta? (10, 28, 39).

 

Da' ciò che comandi

Ogni mia speranza è posta nell'immensa grandezza della tua misericordia. Da' ciò che comandi e comanda ciò che vuoi. Ci comandi la continenza e qualcuno disse: "Conscio che nessuno può essere continente se Dio non lo concede, era già un segno di sapienza anche questo, di sapere da chi ci viene questo dono". La continenza in verità ci raccoglie e riconduce a quell'unità, che abbiamo lasciato disperdendoci nel molteplice. Ti ama meno chi ama altre cose con te senza amarle per causa tua. O amore, che sempre ardi senza mai estinguerti, carità, Dio mio, infiammami. Comandi la continenza. Ebbene, da' ciò che comandi e comanda ciò che vuoi (10, 29, 40).

 

Fortificami, affinché io sia potente

Ricordati, Signore, che siamo polvere, e con la polvere hai creato l'uomo, e si era perduto e fu ritrovato. Neppure l'Apostolo trovò in sé il suo potere, essendo polvere anch'egli, ma il tuo soffio gli ispirò le parole che tanto amo, quando disse: Tutto posso in colui che mi fortifica. Fortificami, affinché io sia potente; da' ciò che comandi e comanda ciò che vuoi. Quest'uomo riconosce i doni ricevuti, e, se si gloria, si gloria nel Signore; da un altro udii chiedere questa grazia: "Toglimi la concupiscenza del ventre". Ne risulta, santo Dio mio, che è un dono tuo, se facciamo ciò che ordini di fare (10, 31, 45).

 

Liberami da ogni tentazione

Tu, Padre buono, mi insegnasti che "tutto è puro per i puri", ma fa "male un uomo a mangiare con scandalo degli altri"; che ogni tua creatura è buona, e non si deve "respingere nulla di ciò che si prende rendendo grazie"; che "non è l'alimento a raccomandarci a Dio"; che "nessuno ci deve giudicare dal cibo o dalla bevanda che prendiamo", e "chi mangia non deve disprezzare chi non mangia, come chi non mangia non deve giudicare chi mangia". Ora lo so, e ti siano rese grazie e lodi, Dio mio, mio maestro, per aver bussato alle mie orecchie e illuminato la mia intelligenza. Liberami da ogni tentazione. Io non temo l'impurità delle vivande, temo l'impurità del desiderio (10, 31, 46).

 

O luce!

O Luce, che vedeva Tobia quando, questi occhi chiusi, insegnava al figlio la via della vita e lo precedeva col piede della carità senza mai perdersi; che vedeva Isacco con i lumi della carne sommersi e velati dalla vecchiaia, quando meritò non già di benedire i figli riconoscendoli, ma di riconoscerli benedicendoli; che vedeva Giacobbe quando, privato anch'egli della vista dalla grande età, spinse i raggi del suo cuore illuminato sulle generazioni del popolo futuro prefigurate nei suoi figlioli, e impose sui nipoti avuti da Giuseppe le mani arcanamente incrociate, non come il loro padre cercava di correggerlo esternamente, ma come lui distingueva internamente. Questa è la Luce, è l'unica Luce, è un'unica cosa coloro che la vedono e l'amano.

 

Viceversa questa luce corporale di cui stavo parlando insaporisce la vita ai ciechi amanti del secolo con una dolcezza suadente, ma pericolosa. Quando invece hanno imparato a lodarti anche per essa, Dio creatore di tutto, l'attirano nel tuo inno anziché farsi catturare da lei nel loro sonno. Così vorrei essere. Resisto alle seduzioni degli occhi nel timore che i miei piedi, con cui procedo sulla tua via, rimangano impigliati, e sollevo verso di te i miei occhi invisibili, affinché tu strappi dal laccio i miei piedi, come fai continuamente, poiché vi si lasciano allacciare. Tu non cessi di strapparli di là, mentre io ad ogni passo son fermo nelle tagliole sparse dovunque, perché tu non dormirai né sonnecchierai, custode d'Israele (10, 34, 52).

 

Sii tu la nostra gloria

Ma noi, Signore, siamo, ecco, il tuo piccolo gregge. Tienici dunque, stendi le tue ali, e ci rifugeremo sotto di esse. Sii tu la nostra gloria. Ci si ami per te, e in noi sia temuta la tua parola (10, 36, 59).

 

Signore, rivelami il mio animo

Ma ecco che in te, Verità, vedo come le lodi che mi si tributano non debbano scuotermi per me stesso, ma per il bene del prossimo. Se io sia già da tanto, non lo so. Qui conosco me stesso meno di come conosco te. Ti scongiuro, Dio mio, di rivelarmi anche il mio animo, affinché possa confessare ai miei fratelli, da cui aspetto preghiere, le ferite che vi scoprirò. M'interrogherò di nuovo, con maggiore diligenza: se nelle lodi che mi vengono tributate è l'interesse del prossimo a scuotermi, perché mi scuote meno un biasimo ingiusto rivolto ad altri che a me? perché sono più sensibile al morso dell'offesa scagliata contro di me, che contro altri, e ugualmente a torto, davanti a me? Ignoro anche questo? Non rimane che una risposta: io m'inganno da solo e non rispetto la verità davanti a te nel mio cuore e con la mia lingua. Allontana da me una simile follia, Signore, affinché la mia bocca non sia per me l'olio del peccatore per ungere il mio capo (10, 37,

 

O verità, vieni!

O Verità, quando non mi accompagnasti nel cammino, insegnandomi le cose da evitare e quelle da cercare, mentre ti esponevo per quanto potevo le mie modeste vedute e ti chiedevo consiglio? Percorsi con i sensi fin dove potei il mondo fuori di me, esaminai la vita mia, del mio corpo, e gli stessi miei sensi. Di lì entrai nei recessi della mia memoria, vastità molteplici colme in modi mirabili d'innumerevoli dovizie, li considerai sbigottito, né avrei potuto distinguervi nulla senza il tuo aiuto; e trovai che nessuna di queste cose eri tu. E neppure questa scoperta fu mia. Perlustrai ogni cosa, tentai di distinguerle, di valutarle ognuna secondo il proprio valore, quelle che ricevevo trasmesse dai sensi e interrogavo, come quelle che percepivo essendo fuse con me stesso. Investigai e classificai gli organi stessi che me le trasmettevano: infine entrai nei vasti depositi della memoria e rivoltai a lungo alcuni oggetti, lasciai altri sepolti e altri portai ana luce. Ma nemmeno la mia persona, impegnata in questo lavorio, o meglio, la stessa mia forza con cui lavoravo non erano te. Tu sei la luce permanente, che consultavo sull'esistenza, la natura, il valore di tutte le cose. Udivo i tuoi insegnamenti e i tuoi comandamenti. Spesso faccio questo, è la mia gioia, e in questo diletto mi rifugio, allorché posso liberarmi della stretta delle occupazioni. Ma fra tutte le cose che passo in rassegna consultando te, non trovo un luogo sicuro per la mia anima, se non in te. Soltanto 1~ si raccolgono tutte le mie dissipazioni, e nulla di mio si stacca da te. Talvolta m'introduci in un sentimento interiore del tutto sconosciuto e indefinibilmente dolce, che, qualora raggiunga dentro di me la sua pienezza, sarà non so cosa, che non sarà questa vita. Invece ricado sotto i pesi tormentosi della terra. Le solite occupazioni mi riassorbono, mi trattengono, e molto piango, ma molto mi trattengono, tanto è considerevole il fardello dell'abitudine. Ove valgo, non voglio stare; ove voglio, non valgo, e qui e là sto infelice ( 10, 40, 65).

 

Tu sei la Verità

Perciò considerai le mie debolezze peccaminose sotto le tre forme della concupiscenza e invocai per la mia salvezza l'intervento della tua destra. Vidi, pur col cuore ferito, il tuo splendore e, abbagliato, dissi: "Chi può giungervi?". Fui proiettato lontano dalla vista dei tuoi occhi. Tu sei la verità che regna su tutto, io nella mia avidità non volevo perderti, ma volevo possedere insieme a te la menzogna, come nessuno vuole raccontare il falso al punto d'ignorare egli stesso quale sia il vero. Così ti persi, poiché tu non accetti di essere posseduto insieme alla menzogna (10, 41, 66).

 

Quanto amasti noi!

Quanto amasti noi, Padre buono, che non risparmiasti il tuo unico Figlio, consegnandolo agli empi per noi! Quanto amasti noi, per i quali egli, non giudicando una usurpazione la sua uguaglianza con te, si fece suddito fino a morire in croce, lui, l'unico a essere libero fra i morti, avendo il potere di deporre la sua vita e avendo il potere di riprenderla, vittorioso e vittima per noi al tuo cospetto, e vittorioso in quanto vittima; sacerdote e sacrificio per noi al tuo cospetto, e sacerdote in quanto sacrificio; che ci rese, da servi, tuoi figli nascendo da te e servendo a noi! A ragione è salda la mia speranza in lui che guarirai tutte le mie debolezze grazie a Chi siede alla tua destra e intercede per noi presso di te. Senza di lui dispererei. Le mie debolezze sono molte e grandi, sono molte, e grandi. Ma più abbondante è la tua medicina. Avremmo potuto credere che il tuo Verbo fosse lontano dal contatto dell'uomo, e disperare di noi, se non si fosse fatto carne e non avesse abitato fra noi (10, 43, 69).

 

Signore, che io viva per te!

Atterrito dai miei peccati e dalla mole della mia miseria, avevo ventilato in cuor mio e meditato una fuga nella solitudine. Tu me lo impedisti, confortandomi con queste parole: "Cristo morì per tutti affinché i viventi non vivano più per se stessi, ma per Chi morì per loro". Ecco, Signore, lancio in te la mia pena, per vivere; contemplerò le meraviglie della tua legge. Tu sai la mia inesperienza e la mia infermità, ammaestrami e guariscimi. Il tuo unigenito, in cui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza, mi riscattò col suo sangue. Gli orgogliosi non mi calunnino, se penso al mio riscatto, lo mangio, lo bevo e lo distribuisco; se, povero, desidero saziarmi di lui insieme a quanti se ne nutrono e saziano. Loderanno il Signore coloro che lo cercano (10, 43, 70).

 

Confesso le mie miserie e le tue misericordie

Ignori forse, Signore, per essere tua l'eternità, ciò che ti dico, o vedi per il tempo ciò che avviene nel tempo? Perché dunque ti faccio un racconto particolareggiato di tanti avvenimenti? Non certo perché tu li apprenda da me. Piuttosto eccito in me e in chi li leggerà l'amore verso la tua persona. Tutti dovremo dire: "E' grande il Signore e ben degno di lode". Già lo dissi e lo dirò di nuovo: per amore del tuo amore m'induco a tanto. Noi preghiamo, certo; però la Verità dice: "Il Padre vostro sa cosa vi occorre prima ancora che glielo domandiate". Confessandoti dunque le nostre miserie e le tue misericordie su di noi, noi manifestiamo i nostri sentimenti verso di te, affinché tu possa completare la nostra liberazione già da te iniziata: affinché noi cessiamo di essere infelici in noi e ci rallegriamo in te che ci chiamasti a essere poveri nello spirito, e miti e piangenti, e affamati e assetati di giustizia, e misericordiosi e mondi in cuore, e pacifici. Ecco dunque ch'io ti narrai molti fatti, come potei e volli. Il primo a volere che mi confessassi a te, Signore Dio mio, poiché sei buono, poiché la tua misericordia è eterna, fosti tu (11, 1, 1).

 

Dammi ciò che amo!

Signore Dio mio, presta ascolto alla mia preghiera: la tua misericordia esaudisca il mio desiderio, che non arde per me solo, ma vuole anche servire alla mia carità per i fratelli. Tu vedi nel mio cuore che è così. Lascia che ti offra in sacrificio il servizio del mio pensiero e della mia parola, e prestami la materia della mia offerta a te. Sono misero e povero, tu ricco per tutti coloro che ti invocano, tu senza affanni, che ti affanni per noi. Recidi tutt'intorno alle mie labbra, dentro e fuori, ogni temerità e ogni menzogna. Siano le tue Scritture le mie caste delizie; ch'io non m'inganni su di esse, né inganni gli altri con esse. Signore, guarda e abbi pietà. Signore Dio mio, luce dei ciechi e virtù dei deboli, e tosto luce dei veggenti e virtù dei forti; volgi la tua attenzione sulla mia anima e ascolta chi grida dall'abisso. Se non fossero presenti anche nell'abisso le tue orecchie, dove ci volgeremo? a che grideremo?

 

Tuo è il giorno e tua la notte, al tuo cenno trasvolano gli istanti. Concedimene un tratto per le mie meditazioni sui segreti della tua legge, non chiuderla a chi bussa. Non senza uno scopo, certo, facesti scrivere tante pagine di fitto mistero; né mancano, quelle foreste, dei loro cervi, che vi si rifugiano e ristorano, vi spaziano e pascolano, vi si adagiano e ruminano. O Signore, compi la tua opera in me, rivelandomele. Ecco, la tua voce è la mia gioia, la tua voce una voluttà superiore a tutte le altre. Dammi ciò che amo. Perché io amo, e tu mi hai dato di amare. Non abbandonare i tuoi doni, non trascurare la tua erba assetata. Ti confesserò quanto scoprirò nei tuoi libri. Oh, udire la voce della tua lode, abbeverarsi di te, contemplare le meraviglie della tua legge fin dall'inizio, quando creasti il cielo e la terra, e fino al regno eterno con te nella tua santa città (11, 2, 3).

 

Signore, apri i recessi delle tue parole

Signore, abbi pietà di me ed esaudisci il mio desiderio. Non credo sia desiderio di cose terrene, di oro e argento e pietre preziose, o di vesti fastose, o di onori e potere, o di piaceri carnali, o di beni necessari al corpo durante il nostro pellegrinaggio in questa vita. Tutte queste cose ci vengono date in aggiunta, se cerchiamo il tuo regno e la tua giustizia. Vedi, Dio mio, ove s'ispira il mio desiderio. Gli empi mi hanno descritto le loro voluttà, difformi però dalla tua legge, Signore, e a questa s'ispira il mio desiderio. Vedi, Padre, guarda e vedi e approva, e piaccia agli occhi della tua misericordia che io trovi favore presso di te, affinché si aprano i recessi delle tue parole, a cui busso. Ti scongiuro per il Signore nostro Gesù Cristo, figlio tuo, eroe della tua destra, figlio dell'uomo, che stabilisti per te mediatore fra te e noi, per mezzo del quale ci cercasti mentre non ti cercavamo, e ci cercasti affinché ti cercassimo; il tuo Verbo, con cui creasti l'universo, e in esso me pure; il tuo Unigenito, per mezzo del quale chiamasti all'adozione il popolo dei credenti, e fra esso me pure. Per lui ti scongiuro, che siede alla tua destra e intercede per noi presso di te; in cui sono ascosi tutti i tesori della sapienza e della scienza. Questi tesori appunto cerco nei tuoi libri. Mosè ne scrisse, egli stesso lo afferma, lo afferma la Verità (11, 2, 4).

 

Dammi ciò che amo!

Il mio spirito si è acceso dal desiderio di penetrare questo enigma intricatissimo. Non voler chiudere, Signore Dio mio, padre buono, te ne scongiuro per Cristo, non voler chiudere al mio desiderio la conoscenza di questi problemi familiari e insieme astrusi. Lascia che vi penetri e s'illuminino al lume della tua misericordia, Signore. Chi interpellare su questi argomenti, a chi confessare la mia ignoranza più vantaggiosamente che a te, cui non è sgradito il mio studio ardente, impetuoso delle tue Scritture? Dammi ciò che amo. Perché io amo, e tu mi hai dato di amare. Dammi, o Padre, che davvero sai dare ai tuoi figli doni buoni; dammi, poiché mi sono proposto di conoscere e mi attende un lavoro faticos, finché tu mi schiuda la porta. Per Cristo ti supplico, in nome di quel santo dei santi nessuno mi disturbi. Anch'io ho creduto, perciò anche parlo. Questa è la mia speranza, per questa vivo: di contemplare le delizie del Signore (11, 22, 28).

 

Nel piccolo il grande

O Dio, concedi agli uomini di scorgere in un fatto modesto i concetti comuni delle piccole come delle grandi realtà (11, 23, 29).

 

Dio mio, non mento!

Ecco, Dio mio, davanti a te che non mento: quale la mia parola, tale il mio cuore. Tu, Signore Dio mio, illuminando la mia lucerna illuminerai le mie tenebre (11, 25, 32).

 

Insisti, spirito mio

Insisti, spirito mio, e fissa intensamente il tuo sguardo. Dio è il nostro aiuto, egli ci fece, e non noi. Fissa il tuo sguardo dove albeggia la verità (11, 27, 34).

 

Signore, padre mio eterno!

Ma poiché la tua misericordia è superiore a tutte le vite, ecco che la mia vita non è che distrazione, mentre la tua destra mi raccolse nel mio Signore, il figlio dell'uomo, mediatore fra te, uno, e noi, molti in molte cose e con molte forme, affinché per mezzo suo io raggiunga Chi mi ha raggiunto e mi ricomponga dopo i giorni antichi seguendo l'Uno. Dimentico delle cose passate, né verso le future, che passeranno, ma verso quelle che stanno innanzi non disteso, ma proteso, non con distensione, ma con tensione inseguo la palma della chiamata celeste. Allora udrò la voce della tua lode e contemplerò le tue delizie, che non vengono né passano. Ora i miei anni trascorrono fra gemiti, e il mio conforto sei tu, Signore, padre mio eterno. Io mi sono schiantato sui tempi, di cui ignoro l'ordine, e i miei pensieri, queste intime viscere della mia anima, sono dilaniati da molteplicità tumultuose. Fino al giorno in cui, purificato e liquefatto dal fuoco del tuo amore, confluirò in te (11, 29, 39).

 

Signore, quale abisso il tuo segreto!

Signore Dio mio, quale abisso il tuo profondo segreto, e come me ne hanno gettato lontano le conseguenze dei miei peccati! Guarisci i miei occhi, e parteciperò alla gioia della tua luce. Certo, se esistesse uno spirito di scienza e prescienza così potente da conoscere tutto il passato e il futuro come io una canzone delle più conosciute, susciterebbe, questo spirito, meraviglia e quasi sacro terrore, poiché nulla gli sfuggirebbe sia delle età già concluse, sia di quelle che rimangono: come a me che canto non sfugge sia la parte della canzone già passata dopo l'esordio, sia quella che resta fino alla fine.

 

 

Lontana invece l'idea che, creatore dell'universo, creatore delle anime e dei corpi, tu così conosci tutto il futuro e il passato! Tu assai, assai più mirabilmente e assai più misteriosamente. A chi canta o ascolta una canzone conosciuta, l'attesa delle note future e il ricordo delle passate modifica il sentimento e tende il senso. Nulla di simile accade a te, immutabilmente eterno, ossia davvero eterno creatore delle menti. Come conoscesti in principio il cielo e la terra senza modificazione della tua conoscenza, così creasti in principio il cielo e la terra senza tensione della tua attività. Chi lo capisce ti confessi, e anche chi non lo capisce ti confessi. Oh, quanto sei elevato! Eppure quanti si abbassano in cuore sono la tua casa. Tu infatti sollevi gli abbattuti, e non cadono quanti hanno in te la loro elevatezza (11, 31, 41).


Nulla si può fare senza di Lui 

 

Sant'Agostino

 

Non dice: senza di me potete far poco, ma dice: "non potete far nulla". Non poco o molto, ma nulla si può fare senza di lui.

 

 Gesù ha detto che egli è la vite, i suoi discepoli i tralci e il Padre l'agricoltore: su questo ci siamo già intrattenuti, come abbiamo potuto. In questa lettura, continuando a parlare di sé come vite e dei suoi tralci, cioè dei discepoli, il Signore dice: Rimanete in me e io rimarrò in voi (Gv 15, 4). Essi però sono in lui non allo stesso modo in cui egli è in loro. L'una e l'altra presenza non giova a lui, ma a loro. Sì, perché i tralci sono nella vite in modo tale che, senza giovare alla vite, ricevono da essa la linfa che li fa vivere; a sua volta la vite si trova nei tralci per far scorrere in essi la linfa vitale e non per riceverne da essi. Così, questo rimanere di Cristo nei discepoli e dei discepoli in Cristo, giova non a Cristo, ma ai discepoli. Se un tralcio è reciso, può un altro pullulare dalla viva radice, mentre il tralcio reciso non può vivere separato dalla vite.

 

[Chi non è in Cristo, non è cristiano.]

 

2. Il Signore prosegue: Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non resta nella vite, così neppure voi se non rimanete in me (Gv 15, 4). Questo grande elogio della grazia, o miei fratelli, istruisce gli umili, chiude la bocca ai superbi. Replichino ora, se ne hanno il coraggio, coloro che ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non sono sottomessi alla giustizia di Dio (cf. Rm 10, 3). Replichino i presuntuosi e quanti ritengono di non aver bisogno di Dio per compiere le opere buone. Non si oppongono forse a questa verità, da uomini corrotti di mente come sono, riprovati circa la fede (cf. 2 Tim 3, 8), coloro che rispondendo a sproposito dicono: Lo dobbiamo a Dio se siamo uomini, ma lo dobbiamo a noi stessi se siamo giusti? Che dite, o illusi, voi che non siete gli assertori ma i demolitori del libero arbitrio, che, per una ridicola presunzione, dall'alto del vostro orgoglio lo precipitate nell'abisso più profondo? Voi andate dicendo che l'uomo può compiere la giustizia da se stesso: questa è la vetta del vostro orgoglio. Se non che la Verità vi smentisce, dicendo: Il tralcio non può portar frutto da se stesso, ma solo se resta nella vite. Vi arrampicate sui dirupi senza avere dove fissare il piede, e vi gonfiate con parole vuote. Queste sono ciance della vostra presunzione. Ma ascoltate ciò che vi attende e inorridite, se vi rimane un briciolo di senno. Chi si illude di poter da sé portare frutto, non è unito alla vite; e chi non è unito alla vite, non è in Cristo; e chi non è in Cristo, non è cristiano. Ecco l'abisso in cui siete precipitati.

 

3. Ma con attenzione ancora maggiore considerate ciò che aggiunge e afferma la Verità: Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla (Gv 15, 5). Affinché nessuno pensi che il tralcio può produrre almeno qualche piccolo frutto da se stesso, il Signore, dopo aver detto che chi rimane in lui produce molto frutto, non dice: perché senza di me potete far poco, ma: senza di me non potete far nulla. Sia il poco sia il molto, non si può farlo comunque senza di lui, poiché senza di lui non si può far nulla. Infatti, anche quando il tralcio produce poco frutto, l'agricoltore lo monda affinché produca di più; tuttavia, se non resterà unito alla vite e non trarrà alimento dalla radice, non potrà da se stesso produrre alcun frutto. Quantunque poi il Cristo non potrebbe essere la vite se non fosse uomo, tuttavia non potrebbe comunicare ai tralci questa fecondità se non fosse anche Dio. Siccome però senza la grazia è impossibile la vita, in potere del libero arbitrio non rimane che la morte. Chi non rimane in me è buttato via, come il tralcio, e si dissecca; poi i tralci secchi li raccolgono e li buttano nel fuoco, e bruciano (Gv 15, 6). I tralci della vite infatti tanto sono preziosi se restano uniti alla vite, altrettanto sono spregevoli se vengono recisi. Come il Signore fa rilevare per bocca del profeta Ezechiele, i tralci recisi dalla vite non possono essere né utili all'agricoltore, né usati dal falegname in alcuna opera (cf. Ez 15, 5). Il tralcio deve scegliere tra una cosa e l'altra: o la vite o il fuoco: se non rimane unito alla vite sarà gettato nel fuoco. Quindi, se non vuol essere gettato nel fuoco, deve rimanere unito alla vite.

 

 

4. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà fatto (Gv 15, 7). Rimanendo in Cristo, che altro possono volere i fedeli se non ciò che è conforme a Cristo? Che altro possono volere, rimanendo nel Salvatore, se non ciò che è orientato alla salvezza? Una cosa infatti vogliamo in quanto siamo in Cristo, e altra cosa vogliamo in quanto siamo ancora in questo mondo. Può accadere, invero, che il fatto di dimorare in questo mondo ci spinga a chiedere qualcosa che, senza che ce ne rendiamo conto, non giova alla nostra salvezza. Ma se rimaniamo in Cristo, non saremo esauditi, perché egli non ci concede, quando preghiamo, se non quanto giova alla nostra salvezza. Rimanendo dunque noi in lui e in noi rimanendo le sue parole, domandiamo quel che vogliamo e l'avremo. Se chiediamo e non otteniamo, vuol dire che quanto chiediamo non si concilia con la sua dimora in noi e non è conforme alle sue parole che dimorano in noi, ma ci viene suggerito dalle brame e dalla debolezza della carne, la quale non è certo in lui, e nella quale non dimorano le sue parole. Di sicuro fa parte delle sue parole l'orazione che egli ci ha insegnato e nella quale diciamo: Padre nostro, che sei nei cieli (Mt 6, 9). Non allontaniamoci, nelle nostre richieste, dalle parole e dai sentimenti di questa orazione, e qualunque cosa chiederemo egli ce la concederà. Le sue parole rimangono in noi, quando facciamo quanto ci ha ordinato e desideriamo quanto ci ha promesso; quando invece le sue parole rimangono nella memoria, ma senza riflesso nella vita, allora il tralcio non fa più parte della vite, perché non attinge vita dalla radice. In ordine a questa differenza vale la frase: Conservano nella memoria i suoi precetti, per osservarli (Sal 102, 18). Molti, infatti, li conservano nella memoria per disprezzarli, per deriderli e combatterli. Non si può dire che dimorano le parole di Cristo in costoro, che sono, sì, in contatto con esse, ma senza aderirvi. Esse, perciò, non recheranno loro alcun beneficio, ma renderanno invece testimonianza contro di loro. E poiché quelle parole sono in loro, ma essi non le custodiscono, le posseggono soltanto per esserne giudicati e condannati.

 

 

Coltivare la vita spirituale

 

Agostino ha parlato a lungo di questo argomento e in particolare delle relazioni tra contemplazione ed azione. Non poteva essere diversamente: era un uomo immerso nell'azione, ma che portava nel cuore il desiderio bruciante della contemplazione. Nella vita aveva raggiunto, anche se non senza profonde tensioni 1, una sintesi tra l'una e l'altra; altrettanto fece nella dottrina. L'espressione più efficacemente riassuntiva è un testo della Città di Dio, dove l'opposizione tra vita contemplativa e apostolato viene risolta attraverso l'amore della verità e le esigenze dell'amore con la mediazione del godimento della verità. Eccolo con le sue stesse parole: " L'amore della verità cerca la quiete della contemplazione, l'esigenza dell'amore accetta le occupazioni dell'apostolato. Se nessuno c'impone questo fardello, dobbiamo attendere alla ricerca e all'acquisto della verità; ma se ci è imposto, dobbiamo accettarlo per dovere della carità. Però, neppure in questo caso bisogna abbandonare il godimento della verità, perché non avvenga che, sottrattaci questa dolcezza, si resti oppressi da quella esigenza " 2. Mi sembra di vedere in queste parole, scrivevo altrove, tre grandi principi, che si potrebbero enunciare così: il primato della vita contemplativa; la necessità di accettare la vita attiva, cioè il servizio della Chiesa, quando il bisogno lo richieda; l'obbligo di conservare, anche nelle fatiche della vita attiva, il gusto degli esercizi propri della vita contemplativa 3.

 

Dei tre principi, a noi qui interessa soprattutto il primo. Mi fermerò su di esso.

 

1) Primato della contemplazione

 

Agostino ne parla spesso e con profonda convinzione. In particolare a proposito di Lia e Rachele, amate ambedue da Giacobbe, ma la prima in grazia della seconda 4; di Marta e Maria, le due sorelle di Lazzaro, che rappresentano due generi di vita, attivo e contemplativo, ambedue buoni e lodevoli, ma il secondo migliore del primo 5; di Pietro e Giovanni, dei quali uno simboleggia la vita presente, l'altro la vita futura 6. Ecco alcuni testi. " Rachele rappresenta la speranza della contemplazione eterna di Dio, speranza che già racchiude in sé un'intelligenza certa e dilettevole della verità... Nessuno dunque, una volta liberato dalla grazia della remissione dei suoi peccati, si volge alle opere della giustizia se non per giungere alla quiete della contemplazione della parola che ci svela il Principio, cioè Dio: si ama quindi il servizio per amore di Rachele, non di Lia. Chi infatti potrebbe amare il peso di questo servizio e le inquietudini che esso comporta, chi potrebbe cioè amare quella vita per se stessa? ". Per questo " moltissimi, di acuta intelligenza, anelano allo studio e, benché capaci di governare, evitano tuttavia ogni attività a motivo delle sue preoccupazioni che provocano scompiglio, e si dedicano con tutto l'animo alla ricerca della verità " 7.

 

" (Le opere di misericordia) nascono da un bisogno contingente, la dolcezza della contemplazione nasce dall'amore... Ti potrebbe essere sottratto il peso del bisogno, mentre è eterna la dolcezza della verità. A Maria non sarà tolto quanto ha scelto; non solo, ma le sarà aumentato in questa vita e reso perfetto nell'altra, giammai tolto " 8. E ancora: " Di che cosa si dilettava Maria? Di che cosa si nutriva, che cosa beveva il suo avidissimo cuore? La giustizia, la verità. Si dilettava della verità, accoglieva la verità: vi era protesa, vi anelava; famelica, se ne nutriva; assetata, ne beveva: ne era ristorata, e la verità non diminuiva... Il vero godimento del cuore umano è nella luce della verità, nella sovrabbondanza della sapienza: non c'è piacere che possa paragonarsi in qualche modo (tanto meno poi essere maggiore) a questo godimento del cuore umano, purché il cuore sia giusto, sia santo " 9.

 

Il discorso agostiniano sul primato della contemplazione si riduce: a) al primato dell'amore della verità, che è il primato dell'amore di Dio vivo e vero; b) all'eternità della vita contemplativa a differenza di quella attiva, che dura solo in questa vita, dove ci sono i miseri che hanno bisogno di misericordia; c) all'altezza dei doni che l'accompagnano: è infatti legata al dono della sapienza, che il più alto dei doni dello Spirito Santo, e alla beatitudine della pace, la più alta tra le beatitudini.

 

Inutile dire che il vescovo d'Ippona, pur difendendo il primato della vita contemplativa, insiste sull'accettazione degli impegni della vita attiva quando i bisogni della Chiesa lo richiedono, cioè sulle esigenze dell'amore. Per questo, con felice intuizione e profonda originalità, insegna, attraverso la parola e l'esempio, a mettere insieme le scelte del monachesimo (preghiera e lavoro 10) e quelle del sacerdozio 11. Ma non è questo l'argomento che dobbiamo trattare qui.

 

Fa parte invece del nostro argomento mettere in rilievo che tra l'amore della verità o vita contemplativa e le esigenze dell'amore, o vita attiva, media, come si è accennato, il godimento della verità che fa parte della prima essendo il presupposto di essa, cioè il desiderio costante e la brama insoddisfatta di dedicarsi alle opere proprie della vita contemplativa.

 

Su questo tema Agostino ha toni ed accenti di commovente pietà. L'uomo di Dio " cerchi la gioia del silenzio, predichi solo secondo il bisogno...; godiamo dei beni interiori, negli esteriori sia la necessità non la volontà a guidarci " 12.

 

Parlando al popolo delle fatiche dell'apostolato e delle dolcezze della contemplazione, dice riferendosi a quest'ultima: " Nessuno più di me amerebbe una vita così sicura e tranquilla: niente di meglio, niente di più dolce che scrutare il divino tesoro lontano dai rumori del mondo; è cosa dolce e buona. Invece predicare, rimproverare, correggere, edificare, attendere ai bisogni di ciascuno è un gran peso, un gran carico, una grande fatica. Chi non rifuggirà da questa fatica? Ma mi spaventa il Vangelo " 13. Davvero lo atterriva il Vangelo. Esso gli comandava di pascere il gregge di Cristo, il che é, sì, un compito di amore (" Pascere il gregge del Signore è un impegno di amore " 14) ma un amore che impedisce di soddisfare come si vorrebbe un altro amore. Per questo comando del Vangelo, Agostino era restato 15 e restava sulla breccia, ma le sue preferenze erano ben altre: " Chiamo Cristo a testimonio delle mie parole, che per quanto riguarda il mio comodo preferirei molto più lavorare con le mie mani ogni giorno ad ore determinate, come si fa nei monasteri bene governati, ed avere poi le altre ore libere per leggere e pregare o per studiare la Scrittura, anziché soffrire il tormento e le perplessità delle questioni altrui, nelle quali pur bisogna intervenire o per dirimerle col giudizio o per finirle col proprio intervento... Ma - continua rassegnato - siamo servi della Chiesa e servi soprattutto dei membri più deboli di essa " 16.

 

In questa brama insoddisfatta della vita contemplativa pura c'è la testimonianza più bella dell'animo profondamente mistico del vescovo d'Ippona. Vediamo quali siano, nel suo pensiero, i momenti salienti di questa vita quando giunga, per quanto può giungere quaggiù, al suo apice. Sono essenzialmente tre: un'ascesa, un'intuizione, una "ricaduta". Ad essi si aggiunge il discorso sui frutti della contemplazione, che sono molti e preziosi.

 

2) Ascesa verso la contemplazione

 

È lunga e faticosa, perché suppone le dure fatiche della purificazione, delle quali è il premio " altissimo e segretissimo " 17.

 

Ho detto purificazione: il termine è filosofico, ma il contenuto evangelico. Agostino la ricollega alla beatitudine dei puri di cuore, e sentenzia: " Tutta la nostra opera in questa vita consiste nel purificare l'occhio del cuore allo scopo di vedere Dio " 18. Essa comprende quella assidua opera ascetica che serve non a mortificare ma a riordinare l'amore. " Nessuno vi dice: Non amate. Non sia mai! sareste pigri, morti, detestabili, miseri se non amate. Amate, ma state attenti a che cosa amate " 19.

 

Riordinare dunque l'amore, riportando ordine e pace dentro di noi: a tale scopo sono necessarie le opere dell'ascetismo cristiano, nelle quali occorre insistere in particolare nei primi passi della vita spirituale. Soprattutto sono necessarie, per elevarsi progressivamente verso la contemplazione, quelle opere che Agostino chiama le "delizie" delle anime consacrate, e cioè: " la lettura - che vuol dire studio, meditazione, ascolto della voce di Dio, dialogo con Dio -, l'orazione, la salmodia, i buoni pensieri, l'impegno in opere di bene, l'attesa della vita futura, l'elevazione del cuore " 20. Programma ascetico-mistico nel quale si muovono appunto le persone che sono più in alto nella vita dello spirito.

 

Da queste opere nasce il silenzio, quel prezioso silenzio interiore, che è per Agostino - e non solo per lui - la condizione indispensabile per il colloquio con Dio e per la contemplazione innamorata della bellezza divina. " La nostra anima ha bisogno di solitudine. Se l'anima è attenta, Dio si lascia vedere. La folla è chiassosa: per vedere Dio è necessario il silenzio " 21. Per questo egli chiede appassionatamente a Dio questo silenzio: " Liberami, o mio Dio - scrive nella preghiera con cui chiude il suo De Trinitate -, liberami dalla moltitudine di parole di cui soffro nell'interno della mia anima... Infatti non tace il pensiero anche quando tace la lingua " 22.

 

Frutto di questo silenzio, non vuoto ma pieno, è quello di raccogliere tutte le potenze del nostro spirito in Dio. Ancora un testo agostiniano: " Che cosa facciamo quando ci sforziamo di essere sapienti se non raccogliere, per così dire, con la maggiore alacrità possibile, tutta la nostra anima in ciò che tocchiamo con la mente, e metterla lì e fissarcela stabilmente, di maniera che non goda più del suo bene privato con il quale si è avvinta alle cose transitorie, ma, spogliatasi di tutti gli affetti temporali e spaziali, afferri l'Essere ch'è uno ed è sempre lo stesso? " 23.

 

3) La contemplazione

 

Se l'ascesa è lunga e faticosa, la contemplazione invece, nel suo grado più alto, è rapida e folgorante, simile a un baleno, un battito del cuore, un'intuizione momentanea. Agostino la nota ogni volta che ne parla. " E pervenne (la mente) all'Essere stesso in un impeto di trepida visione " 24. " La cogliemmo un poco (la fonte della sapienza), con tutto l'impeto del cuore, e sospirammo " 25. " Allietati da una ineffabile dolcezza interiore, abbiamo potuto scorgere con l'occhio della mente qualcosa d'immutabile, anche se per un momento solo e di sfuggita " 26. " Una visione da non poterla sopportare lungamente " 27.

 

Ma pur nella sua momentaneità, essa è insieme " conoscenza e dilezione dell'Essere eterno e immutabile, Dio " 28. Una conoscenza non nozionale, dunque, ma sperimentale, cioè conoscenza amorosa e, pur nella sua oscurità, piena di luce. Nella contemplazione, quale Agostino la descrive, vi sono due elementi: la conoscenza e l'amore; importa infatti un "conoscere le cose divine" e insieme "toccarle" con la punta del cuore, un "raggiungerle", un "raccogliere" in esse tutte le proprie facoltà e il proprio essere.

 

Del resto è difficile esprimere a parole questa sublime esperienza. Anche chi l'ha avuta la esprime con difficoltà. Agostino non ha saputo dirci nulla di meglio, e ha detto stupendamente che talvolta il Signore lo introduceva in un sentimento interiore affatto sconosciuto, che se fosse cresciuto un poco sì da esser pieno, questa vita non sarebbe stata più questa vita 29. Si avrebbe torto però d'interpretare questa dottrina come una visione immediata di Dio. Agostino lo esclude. La vita contemplativa, scrive, è vissuta qui in terra nella fede, e solo " pochissimi (la vivono) in una qualche visione della verità immutabile, come in uno specchio, in maniera confusa, imperfettamente " 30. Né dai testi si può dedurre che egli stesso, Agostino, abbia qualche volta usufruito del privilegio della visione immediata di Dio 31.

 

4) La "ricaduta"

 

Dopo la rapida esperienza contemplativa che fa gustare, per un istante, qualcosa che non è di questa vita, il ritorno alle occupazioni abituali è sentito come una discesa, una "ricaduta" verso le cose che, in comparazione del bene gustato, non si amano più ma si sopportano in vista di quello. Agostino lo nota ogni volta che tocca l'argomento o narrando le sue esperienze personali o parlando al popolo.

 

" Non fui capace di fissarvi lo sguardo ", dice della prima esperienza che finì in un insuccesso. " Quando, rintuzzata la mia debolezza, tornai fra gli oggetti consueti, non riportavo con me che un ricordo amoroso e il rimpianto, per così dire, dei profumi di una vivanda che non potevo ancora gustare " 32.

 

La narrazione della celebre estasi di Ostia si conclude con queste meste parole: " ...E ridiscendemmo allo strepito delle nostre bocche, ove la parola ha principio e fine " 33; quella delle sue non infrequenti esperienze mistiche con parole diverse e identiche: " Invece ricado sotto i pesi tormentosi della terra. Le solite occupazioni mi riassorbono, mi trattengono, e molto piango, ma molto mi trattengono, tanto è considerevole il fardello dell'abitudine " 34.

 

Di questa esperienza di ascesa, di intuizione e di "ricaduta", il vescovo d'Ippona parla anche al popolo (si veda, per esempio, lo splendido commento a quelle parole Dov'è il tuo Dio? 35), e la conclusione è sempre la stessa: il rammarico di tornare alla vita di quaggiù che scorre nel tempo ed è tormentata di tanti affanni, per cui ci si accorge di essere non tra quelli che " sopportano la morte " ma tra quelli che " sopportano la vita " 36; " ...Come per un contatto spirituale raggiunse quella luce immutabile, ma non poté, a causa della debolezza dello sguardo, sopportarne lo splendore, e ricadde, per così dire, nella sua malattia e nel suo languore; si paragonò ad essa e si accorse che l'occhio della mente non era ancora adatto a contemplare la luce della sapienza " 37.

 

5) I frutti

 

Il nostro dottore non ha mancato di mettere in rilievo i frutti preziosi e ricchissimi che derivano dall'esperienza mistica, anche se passeggera e momentanea. Li descrive nella Grandezza dell'anima, opera del neofita, ma d'un neofita già molto avanti nelle vie dello spirito: poco prima aveva avuto, insieme a sua madre, l'indimenticabile e sublime esperienza dell'estasi di Ostia.

 

Come questi frutti operassero nella sua vita l'ho accennato sopra. Qui un accenno all'aspetto più generale e teorico. Tra questi frutti, ho scritto altrove 38, ci sono in primo luogo quelli spirituali, come la chiara percezione della vanità delle cose terrene, le quali, se " considerate in se stesse sono ammirabili e belle ", invece " comparate ai beni eterni, sono come se non fossero ". Ma vi sono anche i frutti di ordine intellettuale, quelli che acuiscono lo sguardo della mente e potenziano la scienza teologica: " Riconosceremo allora quanto siano vere le verità che crediamo e quanto sapientemente e salutarmente in seno alla madre Chiesa siamo stati nutriti " con il latte della fede.

 

Vale la pena, terminando, citare un passo di quest'opera giovanile: esso esprime, meglio di ogni altro, il dischiudersi di una grande vita tutta dedita alle speculazioni del pensiero, agli impegni dell'apostolato e alle esperienze della mistica.

 

 

" Vedremo anche i tanti mutamenti e le vicissitudini della natura corporea che ubbidisce alle leggi divine, per cui la stessa resurrezione, che alcuni credono languidamente e altri non credono affatto, la riterremo per certa non meno dello spuntar del giorno dopo ogni tramonto. Così pure non baderemo a coloro che irridono l'incarnazione del Figlio di Dio e la sua nascita da una vergine e gli altri miracoli della storia della salvezza; come non badiamo a quei fanciulli, che, avendo visto un pittore dipingere copiando un quadro, s'immaginano che l'uomo non possa dipingere se non guardando un'altra pittura. Il diletto che si prova nella contemplazione della verità è così grande, così puro, così sincero, e dà tanta certezza della verità, che chi lo prova ritiene di non aver mai saputo le cose che prima credeva di sapere; e perché l'anima possa aderire integralmente alla Verità totale, non teme più la morte... che prima temeva, anzi la desiderava come un sommo acquisto " 


Il CENTRO DELLA VITA SPIRITUALE

 

 

Uno dei meriti, e non l'ultimo, del vescovo d'Ippona è quello di aver ricondotto tutte le virtù al tema eterno dell'amore. È celebre la sua definizione delle virtù: " La virtù è l'amore ordinato " 1. Ha fatto, poi, dell'amore il centro focale della vita dello spirito, mettendone in rilievo le molteplici potenzialità che investono e dirigono tutta l'attività umana.

 

Chi volesse avere un'idea di questa centralità dovrebbe studiare l'ampio panorama agostiniano che ha il suo punto d'irradiazione nella carità. Eccone un saggio.

 

La carità di Dio e del prossimo è il contenuto di tutte le Scritture 2, la sintesi della filosofia 3, il fine della teologia 4, l'anima della pedagogia 5, il segreto della politica 6, l'essenza e la misura della perfezione cristiana 7, la somma di ogni virtù 8, l'ispirazione della grazia 9, il dono da cui derivano tutti i doni dello Spirito Santo 10, la regola che distingue le opere buone da quelle cattive 11, la realtà con la quale nessuno può esser cattivo 12, il bene in cui si possiedono tutti i beni e senza il quale gli altri non giovano a nulla (" Abbi la carità e avrai tutto, perché senza di essa a nulla giova tutto ciò che potrai avere " 13), la caparra o il principio della vita eterna 14. È in questo contesto che si deve intendere il celebre aforisma agostiniano: " Ama e fa' ciò che vuoi " 15.

 

Della carità Agostino ha messo in rilievo l'inesauribile dinamismo, l'intransigente radicalità, il totale disinteresse, la forza progressiva dell'assimilazione, l'inseparabile compagnia dell'umiltà e in ultimo, ma non meno importante, la soprannaturalità. Ecco un altro panorama vastissimo, soffermarci sul quale in dettaglio è qui impossibile.

 

1) Dinamismo

 

Continuando quindi per accenni, si può dire che sul dinamismo della carità, che qui in terra non può essere mai piena, il vescovo d'Ippona ha scritto un libro apposito - Perfezione della giustizia dell'uomo - e ha sostenuto una lunga controversia con i pelagiani intorno all'impeccantia, affermata da Pelagio, negata da lui. Perciò qui in terra l'uomo giusto sarà sempre iustus et peccator, non perché non gli siano stati rimessi i peccati o perché commetta peccato operando il bene, ma perché non sarà mai libero da imperfezioni, debolezze, trasgressioni veniali, mai in ogni caso avrà la pienezza dell'amore. Questa ci viene comandata - " Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore " -, ma non come perfezione che dobbiamo possedere, bensì come mèta a cui dobbiamo tendere.

 

Nasce da qui l'inesauribile movimento della carità che non può, non deve mai arrestarsi. Da qui l'esortazione di Agostino al suo popolo: " Aggiungi sempre, cammina sempre, progredisci sempre: non ti fermare nella strada, non tornare indietro, non deviare... è meglio uno zoppo nella strada che un corridore fuori strada " 16.

 

Inutile dire che questo dinamismo si fonda sulla natura stessa dell'amore, che è essenzialmente tensione, moto, peso; un peso - è nota la celebre metafora agostiniana -, che trascina lo spirito verso il luogo del suo riposo e si non placa finché non l'abbia trovato: " Il mio peso è il mio amore; esso mi porta dovunque mi porto " 17.

 

2) Radicalità

 

La carità dunque, possiamo dire con Dante, è " la sete natural che mai non sazia " 18. Una prerogativa, questa, su cui Agostino insiste molto. Si può dire giustamente che egli sia il filosofo e il teologo dell'" inquieto è il nostro cuore " 19. Ma questa prerogativa sembra contraddire ad un'altra che pur si trova negli scritti agostiniani: la totalità o radicalità. Dice infatti: " Tutto ti esige Colui che ti fece " 20. Dio infatti non esige solo l'azione ma anche l'intenzione, non solo la lode della bocca ma anche, anzi prima di tutto, quella del cuore, non solo l'ossequio dell'intelletto per mezzo della fede ma anche quello della volontà per mezzo dell'obbedienza. Dio è tutto per l'uomo: causa dell'essere, luce del conoscere, fonte dell'amore; l'uomo dunque deve tutto se stesso a Dio: l'essere, la conoscenza, l'amore. Nessuna fibra del cuore può restar fuori da questa esigenza divina.

 

Ma qui, come si vede, la totalità è diversa da quella di cui si diceva prima: non è la totalità intensiva, che nessuno può raggiungere qui in terra, ma quella estensiva, che deve abbracciare tutto l'uomo, ogni sua attività, ogni suo pensiero, pena di venir meno alla legge universale della carità. Perché lo spazio che non occupa la carità lo occupa la cupidigia, l'egoismo, l'amore "privato", che è l'amore perverso di sé e degli altri.

 

Da questa esigenza della carità nasce l'opposizione tra l'amore di sé e l'amore di Dio, sulla quale Agostino fonda, come è noto, la città del mondo e la città di Dio 21.

 

Questa opposizione viene espressa appunto con i termini di cupidigia e di carità, i cui regni sono tanto contrari che se uno si dilata l'altro si restringe. Occorre dunque diminuire il regno della cupidigia perché si dilati quello della carità. " Nutrimento della carità è la diminuzione della cupidigia, la perfezione assenza della cupidigia " 22. Ma la cupidigia sparirà quando la carità avrà raccolto in unità e ordinato verso Dio tutti i moti del cuore, prendendo perciò il dominio di tutto l'uomo.

 

3) Disinteresse

 

Terza prerogativa della carità è il totale disinteresse. Amare Dio gratuitamente: questa la tesi di fondo dell'agostinismo spirituale. Ragione: " Ciò che non si ama per se stesso, non si ama " 23. Ma quest'amore non esclude il desiderio del premio quando questo non sia altro che Dio. Amare Dio gratuitamente vuol dire non desiderare da Dio se non Dio stesso o, come dice Agostino, " sperare Dio da Dio " 24. E altrove: " Dio sia amato e lodato gratuitamente. Che significa "gratuitamente"? Significa amarlo e lodarlo per se stesso, non per qualcosa di estraneo a Lui " 25.

 

Questo desiderio di possedere Dio è tanto importante che il vescovo d'Ippona lo pone come fondamento e come segno dell'autentico amore di lui. Fa, più volte, al suo popolo questo ragionamento: Poni che Dio ti dica: Vuoi vivere sempre? vivrai; vuoi essere libero da ogni male? lo sarai; vuoi godere tutti i piaceri? li godrai; ma ad una condizione: non vedrai mai la mia faccia. Se accetti questa proposta, vuol dire che non c'è in te l'amore di Dio; se invece rispondi subito: "No, Signore, via tutto quello che mi prometti, dammi te stesso, perché te solo io cerco", vuol dire che la scintilla dell'amore divino nel tuo cuore è accesa 26.

 

Questa nozione dell'amore gratuito, che non esclude ma include il desiderio di Dio, porta Agostino a distinguere accuratamente il timore "servile" dal timore "casto". Il primo, se esclude la volontà di peccare, è "buono e utile" perché prepara il posto alla carità, ma solo il secondo è inseparabile da essa e cresce con essa; solo esso è compagno dell'amore vero, cioè "gratuito" 27. " Fratelli - esclama il vescovo parlando al popolo -, amiamo Dio con cuore puro e casto. Non è certo il cuore di chi onora Dio in vista della ricompensa ". E, quasi a fugare la possibilità di false interpretazioni di queste parole, continua: " Come? Non avremo la ricompensa per aver servito Dio? Certamente l'avremo, ma sarà lo stesso Dio che serviamo " 28.

 

4) Forza di assimilazione

 

Un'altra prerogativa della carità, sulla quale Agostino opportunamente insiste, è la forza d'assimilazione con l'oggetto amato. Prima di tutto ne stabilisce il principio: quello che qualifica moralmente l'uomo non è ciò che conosce, ma ciò che ama. Perciò " ognuno è tale qual è il suo amore ". E ne tira le conseguenze. Continua infatti: " Ami la terra? sarai terra. Ami Dio? Che dirò, sarai Dio? Non oso dirlo da me, ascoltiamo le Scritture: Ho detto: Siete dèi e figli dell'Altissimo, tutti " 29.

 

Questo principio deriva dalla natura stessa dell'amore, che è apertura verso l'altro, movimento - Agostino, abbiamo visto, parla di peso -, che non si quieta se non nell'assimilazione, assimilazione dell'amante con la persona amata; assimilazione che vuol dire fusione o perdita di identità, ma - Agostino è sempre preciso nelle sue idee metafisiche e teologiche - perfetta unione per cui i due, pur restando due, diventano uno. Da questo principio nascono conseguenze luminose come questa: amando Dio si diventa partecipi delle perfezioni di Dio, dell'eternità, della bontà, della bellezza. " Aderendo al Creatore, che è eterno, anche noi, per necessaria conseguenza, diventiamo eterni " 30. Perciò " stando in terra, sei già in cielo, se ami Dio " 31. L'amore infatti non è il pegno ma la caparra della vita eterna 32. Avevano ragione gli scolastici di tradurre questa dottrina agostiniana nell'effato: l'anima è più presente nella cosa che ama che corpo che anima. Del resto egli stesso aveva detto: " Amando abitiamo col cuore " nella casa che amiamo 33.

 

Altra conseguenza di questo principio è la dottrina della deificazione, cara ai Padri greci. Anche Agostino la conobbe e la propose come termine ed apice della giustificazione, se non nella controversia pelagiana, dove l'argomento in discussione era un altro, certamente nella predicazione al popolo. In questa ricorre spesso, come si sa, a formule lapidarie perché la verità s'imprima meglio nella mente degli ascoltatori. Eccone una: " Dio vuol farti Dio, non per natura come Colui che ha generato, ma per suo dono e adozione " 34. E insiste su questa necessaria distinzione: " Gli uomini sono dèi non per essenza, ma per partecipazione di quell'unico e vero Dio " 35. Ora la partecipazione avviene attraverso l'amore che lo Spirito Santo diffonde nei nostri cuori. La deificazione infatti sarà completa dopo la resurrezione dei corpi quando " tutto l'uomo deificato aderirà - appunto con l'amore - alla verità perpetua ed immutabile " 36.

 

Inutile dire che il fondamento di tutto è l'incarnazione del Verbo di cui Agostino esprime lo scopo con questi brevi parole che riassumono una grande dottrina: " Dio si è fatto uomo perché l'uomo diventasse Dio ". Ed ancora nello stesso luogo: " Perché l'uomo mangiasse (con l'amore) il pane degli angeli, il Signore degli angeli si è fatto uomo " 37.

 

Sublime dottrina, questa, che meriterebbe un più ampio approfondimento; qui invece occorre continuare a recensire rapidamente le prerogative di questo mirabile centro della vita spirituale. Un'altra di esse è l'umiltà.

 

5) L'umiltà compagna inseparabile della carità

 

Parlando dell'umiltà non ci si allontana dal tema della carità, perché l'una è inseparabile dall'altra, anzi si può dire che ne è l'altra faccia: " Dov'è l'umiltà, ivi è la carità " 38. Infatti l'umiltà è il fondamento su cui si costruisce l'edificio della carità 39, l'unica via da percorrere per giungere a possederla 40, la casa dove essa stabilisce la sua dimora 41. Per riempirsi della carità, occorre svuotarsi della superbia, che è, per definizione, disordinato amore di sé.

 

Non fa meraviglia dunque che al celebre binomio, amore di sé e amore di Dio - su cui Agostino, come è noto, pone il fondamento delle due città -, egli equipari l'altro: orgoglio e umiltà 42. Effettivamente, chi non riconosce Dio come creatore da cui gli viene ogni bene - l'uomo non ha di suo che il limite, e perciò l'errore e il peccato 43 -, o non confessa la gratuità della grazia che salva o non guarda a Cristo che offre se stesso come modello d'umiltà, non può avere la carità nel cuore. Ora questi motivi - metafisico, teologico, cristologico - sono quelli appunto che costituiscono la ragione dell'umiltà, che Agostino non si stanca di approfondire, d'illustrare e di raccomandare. Per lui l'umiltà s'identifica con la sapienza 44 e la sapienza a sua volta con la carità; consiste infatti nella conoscenza e nel possesso del sommo bene 45.

 

Agostino è stato chiamato giustamente il dottore dell'umiltà com'è il dottore della carità, ma è il dottore dell'una e dell'altra perché è il dottore della grazia. Infatti al panorama abbozzato sopra mancherebbe un elemento essenziale se non si dicesse che la carità è il grande dono di Dio.

 

6) La carità dono di Dio

 

Non si tratta di esporre qui la dottrina agostiniana della grazia che si sa quanto sia ampia e profonda. Basta dire solamente che la carità, centro della vita spirituale, non si pone sul piano naturale ma, essenzialmente, sul piano soprannaturale, su cui si pone tutta la mistica cristiana. Agostino lo intuì e lo ridisse con chiarezza e fermezza, tanto da ridurre a questo punto tutta la controversia pelagiana. Ecco le sue forti parole: " Da dove negli uomini la carità di Dio e del prossimo se non da Dio stesso? Poiché se essa proviene non da Dio ma dagli uomini, hanno partita vinta i pelagiani, se invece proviene da Dio abbiamo vinto i pelagiani " 46.

 

Non dunque uno sforzo umano, ma prima di tutto un dono divino; non un'ascesa con le nostre forze verso Dio, ma prima di tutto la nozione di Dio che afferra l'uomo e lo trae nella sfera del divino; in una parola, non l'erôs greco ma l'agapê cristiana. Non già che l'agapê non sia un'ascesa verso Dio o non costituisca il compimento del più profondo desiderio dello spirito umano, che è stato fatto per Dio e non ha posa finché non si riposi in Dio 47, ma essa suppone la consapevolezza che noi possiamo salire verso Dio perché Dio è disceso verso di noi, perché lo Spirito Santo diffonde il suo dono nei nostri cuori. Parlando della trascendenza divina, Agostino pone sulla bocca di Dio queste parole: " Scendo io, giacché tu non puoi salire: io sono il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe " 48.

 

Il testo dell'Apostolo (Rom 5, 5) - " l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato " - costituisce il motivo dominante dell'insegnamento agostiniano: ad esso Agostino riconduce la nozione stessa della grazia adiuvante che altro non è se non " ispirazione della carità con cui con santo amore facciamo quel che sappiamo di dover fare " 49.

 

 

Questo doveva essere, se pure sommariamente, ricordato perché risultasse chiara la collocazione che Agostino dà alle ascensioni mistiche. Parlandone, egli fa mostra di essere un acuto psicologo ma anche, e soprattutto, di essere un teologo illuminato e sicuro: il teologo della grazia. Doveva essere ricordato, poi, per capire il posto che occupa la preghiera nella dottrina (e nella vita) del vescovo d'Ippona; un posto che è pari solo a quello della grazia che implora e della quale esprime i frutti. Essa è il luogo dove si attinge la forza per amare, il mezzo e l'esercizio della vita spirituale. Non ci resta che parlarne brevemente.


Presenza viva del Verbo

Sandro Botticelli Visione di Sant’Agostino del fanciullo, Predella - Pala di San Barnaba 1487 - tempera su tavola - 268x280 cm - Firenze, Uffizi.

Secondo la leggenda un giorno Sant’Agostino, mentre si trovava meditabondo lungo il mare, ebbe la visione di Gesù bambino. L’episodio è noto e, benché non si sia trovato riscontro storico nelle fonti agostiniane, ha avuto molta fortuna nell’iconografia sul Santo d’Ippona. La leggenda compare, sotto forma di exemplum, nel XIII secolo in uno scritto Cesare d'Heisterbach dove protagonista era una vedova. L’attribuzione dell’episodio a Sant’Agostino reca la data 1263 e si fonda su alcune basi: una lettera apocrifa a Cirillo dove Agostino ricorderebbe una rivelazione divina con queste parole: Augustine, Augustine, quid quaeris ? Putasne brevi immittere vasculo mare totum? Cioè: «Agostino, Agostino che cosa cerchi? Pensi forse di poter mettere nella tua nave tutto il mare?» E un altro testo apocrifo dove San Girolamo discute con Sant’Agostino sulla capacità umana di comprendere il mistero divino.

 

La fortuna dell’episodio attesta la sua profonda verità. Quando l’uomo si attarda a scandagliare misteri che non gli competono naufraga e annega nello stesso mare che vorrebbe solcare.

 

Una delle opere più belle, che illustra il fatto, è contenuta nella predella della Pala di San Barnaba di Sandro Botticelli (agli Uffizi di Firenze). Sant’Agostino, vestendo i panni episcopali, i panni cioè di colui che, avendo raggiunto la pienezza del sacerdozio può, ex cattedra, educare alla fede, sta sul lungo mare. Quale mare, è impossibile dirlo. Alcuni ritengono possa essere Civitavecchia ma, in tal caso, i paramenti da vescovo indossati dal Santo costituirebbero un anacronismo, poiché quando Agostino si trova a Roma non è né prete, né vescovo. Per altri si tratta del mare di Ippona e ciò giustificherebbe la tenuta del Santo. Questa, del resto, pare la corrente di pensiero seguita da Botticelli.

L’episodio narra che, mentre Agostino scandagliava con la mente il Mistero della Trinità, vide un bimbo intento a giocare. Dapprima il santo vescovo non comprese l'origine divina di quel Bambino e lo stette ad osservare. Questi, correndo al mare, pescava dell'acqua con una conchiglia per poi, ritornando sulla spiaggia, riempire con essa una buca fatta nella sabbia.

Incuriosito dall'operazione ripetuta più e più volte, Agostino decide di interrogare il bambino: «Che fai?» Alla risposta del fanciullo rimane interdetto: «Voglio travasare il mare in questa mia buca». Sorridendo Sant'Agostino spiega pazientemente che ciò è impossibile. Il bambino fattosi serio replica: «È impossibile anche a te scandagliare con la piccolezza della tua mente l'immensità del Mistero divino». E detto questo sparì.

Botticelli veste di rosso l'uno e l'altro, indicando così la prossimità degli intenti: entrambi cercavano di circoscrivere un mistero insondabile. Il volto espressivo del Bambin Gesù di Botticelli, lascia intravedere lo sdegno e la sorpresa divina per un uomo fattosi sì ardito.

In fondo l'episodio, non a caso ai nostri giorni quasi dimenticato, si adatta anche alle velleità dell'uomo post-contemporaneo. Il desiderio di indagare, dominandoli, i grandi principi non negoziabili, come la vita, la morte, la dignità della persona e la distinzione orientata alla vita fra uomo e donna, avrà come naturale approdo il naufragio, la sconfitta, l'abbruttimento umano. Così Agostino insegna ancora, in questo pur dubbio episodio, una grande verità che, se osservata, può salvare l'uomo è la città.

 

La salvezza del mondo e della città era nascosta per Sant'Agostino, nella vita monastica, vero luogo dove la filosofia e financo la teologia diventano sapienza di vita. L’esperienza di Cassiciago, che lo portò alla conversione e al Battesimo, maturato anche grazie alle liturgie celebrate dal Vescovo Ambrogio nella città di Milano, plasmò il suo animo a comprendere che la vita monastica del grande Antonio (del quale aveva udito parlare rimanendone affascinato) non doveva essere prerogativa del deserto, ma poteva essere vissuta pienamente anche nella civitas. Le intuizioni avute a Cassiciago si concretizzarono meglio a Tagaste, luogo dove la celebre e discussa Regola Agostiniana prese forma. Ma sarà a Ippona che Agostino, divenuto sacerdote e poi vescovo, avrà modo di unire la vita monastica a quella apostolica dei chierici.

 

Una suggestiva pittura, attribuita a Niccolò di Pietro, raffigura il santo Padre Agostino con i discepoli ed esprime bene quello che fu la sua vita ad Ippona. Anche qui egli veste i panni del vescovo e tiene in mano la Parola circondato dai chierici. Il portale che incornicia il gruppo ricorda quella sorta di grande portale che apre la Regola Agostiniana: il motivo essenziale per cui vi siete insieme riuniti è che viviate unanimi nella casa e abbiate una sola anima e un sol cuore protesi verso Dio.

 

La postura orante di ciascun membro dice la tensione verso Dio, mentre e i visi sereni rivolti al Padre Agostino dicono l’attitudine alla carità. La carità per Agostino era il grande modo di essere presenti. Solo la carità è capace di dilatarsi oltre i confini del Monastero. Solo la carità per il grande dottore della Chiesa, è salvezza della città. Per questo il portale dell’ambito monastico in cui si trovano gli agostiniani si apre generosamente allo sguardo di chi li osserva. L’ascolto di Dio, il pervenire alla sapienza era, per Agostino, a servizio ed edificazione della civitas. Lui che morì povero, ma ricco solo della sua biblioteca, dichiarò spesso di non aver mai scritto nulla per se, ma solo per gli amici e per la ricerca del vero e del Bene a servizio di molti. Non a caso nel Prologo della Città di Dio (scritta mentre era Vescovo) Agostino così si esprime: L’argomento di quest’opera […] l’ho intrapresa dietro tua richiesta per adempiere la promessa che ti ho fatto di difendere la città di Dio contro coloro che feriscono i loro dei e al suo fondatore

 

Il libro, in questo affresco, non a caso allora è al centro del gruppo. Tutto ruota attorno ad esso: un libro che non è certamente lettera morta, ma è segno della Presenza viva del Verbo.

 

Anche l'uomo post contemporaneo, dovrebbe imparare quello che Agostino sedici secoli or sono aveva già capito, l'uomo progredisce, la città si salva solo grazie a una Presenza, a una relazione che, fondata sul Tu eterno, apre agli infiniti tu dell’umanità.


"Te solo amo, Te solo seguo, Te solo cerco" Conversione di Sant'Agostino

In occasione della festa della conversione di Sant'Agostino,il 24 aprile i padri CRIC di Roma hanno organizzato un pellegrinaggio con gli Amici CRIC e l'Associazione Culturale Dom Adriano Grea presso la chiesa di Sant'Aura a Ostia antica dove é morta ed era sepolta Santa Monica, la mamma di Sant'Agostino

CONVERSIONE DI SANT’AGOSTINO – 24 APRILE

 a cura di Padre Rinaldo Guarisco Padre Generale Cric e Presidente Associazione Culturale Dom Adriano Grea

 

PRIMA LETTURA: Romani 13,11-14a

 
            Questo brano fa parte degli ultimi capitoli della lettera ai Romani. Dopo aver spiegato in modo approfondito il rapporto tra la religione ebraica, con il suo attaccamento alla Legge e alle sue tradizioni, e la nuova vita in Cristo, Paolo passa alle conseguenze pratiche, indicando lo stile che il cristiano deve assumere:

-          il culto spirituale, la carità verso i fratelli ma anche verso i nemici, la sottomissione ai poteri civili.

-          I cristiani di Roma quindi non hanno nessuna giustificazione, non possono più "dormire " o rimanere nello stile di vita precedente alla loro conversione.         
 

 11 Fratelli, questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno…

Qualche versetto prima (13,8-10) li ha esortati a osservare la legge della carità, ad avere amore gli uni verso gli altri… La legge della carità riassume in sé tutta la legge mosaica.

-          Quindi i Romani vengono invitati ad amarsi gli uni gli altri, ad avere un atteggiamento di benevolenza.  


12 La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.      

Le immagini della notte e del giorno, della luce e delle tenebre sono riprese dalla liturgia battesimale. La luce è necessaria alla vita dell'uomo. La conversione a Cristo è da sempre rappresentata come un passaggio dal buio alla luce, dalle tenebre della morte e del peccato alla luce della vita.  


13 Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie.    

In questo versetto Paolo scende nei particolari. La condotta del cristiano deve essere onesta,  ricordare che il male fa male, che c'è una dignità  che ci permette di vivere in gioia e pienezza.  Cambiare l'atteggiamento che stride con lo stile cristiano.

Questi versetti sono quelli che hanno fatto convertire definitivamente sant'Agostino.


14 Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo         
Gli interlocutori di Paolo si sono rivestiti delle vesti bianche nel giorno del battesimo, hanno così scelto di vivere secondo una vita nuova. In quella vita devono continuare.  

 

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CONVERSIONE DI AGOSTINO

 

Milano, tarda estate del 386.

Nel libro ottavo delle Confessioni Agostino racconta l’ultima lotta interiore in vista della conversione definitiva, ascoltando le

-          testimonianze di alcuni personaggi che si sono convertiti

-          leggendo la biografia dell’eremita egiziano Antonio e

-          sollecitato già in precedenza dalle omelie del vescovo Ambrogio.

 

Rimorso e vergogna afferrano violentemente Agostino. Esce, seguito da Alipio, nel giardinetto annesso alla casa e lì, sconvolto dalla tempesta interiore,  si apparta sotto un fico, disteso a terra, scoppia in un pianto dirotto.

Quand’ecco dalla casa vicina una voce sottile:

“Prendi e leggi”.

Agostino torna correndo presso Alipio, afferra il testo di San Paolo e vi legge quel versetto della lettera ai Romani ove si invita il cristiano ad abbandonare il disordine della carne per abbracciare Cristo. Una serenità ineffabile si diffonde nel suo cuore.  

-          Nella notte di Pasqua tra il 24-25 aprile del 387, dalle mani del vescovo Ambrogio, riceve il battesimo con Alipio e Adeodato (suo figlio).

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VANGELO: VEDOVA DI NAIM

 IL SUO PIANTO E L’AFFETTO PER LA MORTE DEL FIGLIO

 

AGOSTINO PARLA DI SUA MIA MADRE

 

“La mia salvezza fu concessa alle lacrime sincere

che tutti i giorni mia madre versava” (Sant’Agostino)

* * *

Quando Agostino parla di sua madre sia nelle confessioni che in altri scritti, narra con sincerità non solo le virtù, ma anche quelli che sono o possono sembrare errori o difetti della madre

Comunque per lui è stata una donna mistica.

Agostino fa una rievocazione commovente della figura di Monica. Egli sa di dover tutto a sua madre. Lo dice nella prima delle sue opere: “C’era con noi mia madre, ai cui meriti spetta, come credo, tutto ciò che ho, tutto ciò che sto vivendo” (De beata).

Le doveva infatti:

-       l’intelligenza che gli brillava nella mente,

-       la passione per la verità che gli bruciava nel cuore,

-       la nobiltà e la fortezza di carattere,

-       l’educazione cristiana,

-       il mantenimento agli studi;

-       ma soprattutto le doveva la riconquista della fede.

Si sentiva doppiamente generato da lei: generato alla vita della terra e a quella del cielo.

Due perciò erano i fatti inseparabilmente presenti nella sua memoria:

-       le lacrime della madre

-       e la sua conversione.

 

Li ricorda ancora, ormai vecchio, in una delle ultime opere: “Ciò che narrai della mia conversione nei libri delle Confessioni, non ricordate che lo narrai in modo da dimostrare che la mia salvezza fu concessa alle lacrime sincere che tutti i giorni mia madre versava?”.

 

Meditiamo
- Sono un cristiano che "dorme", oppure mi sento sempre

coinvolto in un cammino di conversione?

- Vi sono nella mia vita delle zone di tenebra?  

- E quindi, come posso fare per rivestirmi del Cristo risorto

 

e cambiare vita?


L’ESTASI DI OSTIA TIBERINA (durante il ritorno in Africa)

Lettore – Venne il momento di ripartire per l’Africa. Agostino e i suoi famigliari decisero infatti di tornare in patria per meglio servire Dio. In attesa dell’imbarco si fermarono ad Ostia, dove Monica morì. Come non ricordare qui la sua esistenza esemplare? Educata con vigile cura, guarita dal vizio del bere che, adolescente, aveva contratto, da sposa si adoprò con ammirevole pazienza a correggere il carattere intemperante del marito e guadagnarlo a Dio; fu modello e conforto alle amiche, serva di tutti e straordinariamente sollecita nel bene dei figli. A Ostia, pochi giorni prima della sua morte, Agostino stava con lei. Di questo soggiorno Agostino racconta nelle Confessioni l’episodio noto come estasi di Ostia.

Agostino – (Conf. Libro IX, 8.17) “…Presso Ostia Tiberina mia madre morì… Accogli la mia confessione e i miei ringraziamenti, Dio mio, per innumerevoli fatti, che pure taccio. Ma non tralascerò i pensieri che partorisce la mia anima al ricordo di quella tua serva, che mi partorì con la carne a questa vita temporale e col cuore alla vita eterna… All’avvicinarsi del giorno in cui doveva uscire da questa vita, giorno a te noto, ignoto a noi, Accadde, per opera tua, io credo, secondo i tuoi misteriosi ordinamenti, che ci trovassimo lei ed io soli, appoggiati a una finestra prospiciente il giardino della casa che ci ospitava, là, presso Ostia Tiberina, lontani dai rumori della folla, intenti a ristorarci dalla fatica di un lungo viaggio in vista della traversata del mare. Conversavamo, dunque, soli con grande dolcezza. Dimentichi delle cose passate e protesi verso quelle che stanno innanzi, cercavamo fra noi alla presenza della verità, che sei tu, quale sarebbe stata la vita eterna dei santi, che occhio non vide, orecchio non udì, né sorse in cuore d'uomo. Aprivamo avidamente la bocca del cuore al getto superno della tua fonte, la fonte della vita, che è presso di te, per esserne irrorati secondo il nostro potere e quindi concepire in qualche modo una realtà così alta. Condotto il discorso a questa conclusione: che di fronte alla giocondità di quella vita il piacere dei sensi fisici, per quanto grande e nella più grande luce corporea, non ne sostiene il paragone, anzi neppure la menzione; elevandoci con più ardente impeto d'amore verso l'Essere stesso, percorremmo su tutte le cose corporee e il cielo medesimo, onde il sole e la luna e le stelle brillano sulla terra. E ancora ascendendo in noi stessi con la considerazione, l'esaltazione, l'ammirazione delle tue opere, giungemmo alle nostre anime e anch'esse superammo per attingere la plaga dell'abbondanza inesauribile, ove pasci Israele in eterno col pascolo della verità, ove la vita è la Sapienza, per cui si fanno tutte le cose presenti e che furono e che saranno…

Si diceva, dunque: "Se per un uomo tacesse il tumulto della carne, tacessero le immagini della terra, dell'acqua e dell'aria, tacessero i cieli, e l'anima stessa si tacesse… e tutto ciò che nasce per sparire se per un uomo tacesse completamente, sì, perché, chi le ascolta, tutte le cose dicono: "Non ci siamo fatte da noi, ma ci fece Chi permane eternamente"; se, ciò detto, ormai ammutolissero, per aver levato l'orecchio verso il loro Creatore, e solo questi parlasse… non sarebbe questo l'"entra nel gaudio del tuo Signore"? E quando si realizzerà? Non forse il giorno in cui tutti risorgiamo, ma non tutti saremo mutati?".

Così dicevo, sebbene in modo e parole diverse. Fu comunque, Signore, tu sai, il giorno in cui avvenne questa conversazione… che mia madre disse:

Monica - "Figlio mio, per quanto mi riguarda, questa vita ormai non ha più nessuna attrattiva per me. Cosa faccio ancora qui e perché sono qui, lo ignoro. Le mie speranze sulla terra sono ormai esaurite. Una sola cosa c'era, che mi faceva desiderare di rimanere quaggiù ancora per un poco: il vederti cristiano cattolico prima di morire. Il mio Dio mi ha soddisfatta ampiamente, poiché ti vedo addirittura disprezzare la felicità terrena per servire lui. Cosa faccio qui?" (Conf. IX, 10.23-26).

LA MORTE DI MONICA

Lettore - Monica morì pochi giorni dopo questo colloquio con il figlio, che la pianse amaramente implorando dalla misericordia di Dio la sua salute eterna. Così per lei e per suo marito preghino i lettori.  Agostino così ci racconta gli ultimi istanti della vita della madre. Era l’autunno del 387:

Agostino - “… Entro cinque giorni o non molto più, si mise a letto febbricitante e nel corso della malattia un giorno cadde in deliquio e perdette la conoscenza per qualche tempo. Noi accorremmo, ma in breve riprese i sensi, ci guardò, mio fratello e me, che le stavamo accanto in piedi, e ci domandò, quasi cercando qualcosa:

Monica - "Dov'ero?";

Agostino - Poi, vedendo il nostro afflitto stupore:

Monica - "Seppellirete qui, soggiunse, vostra madre".

Agostino - Io rimasi muto, frenando le lacrime; mio fratello invece pronunziò qualche parola, esprimendo l'augurio che la morte non la cogliesse in terra straniera, ma in patria, che sarebbe stata migliore fortuna. All'udirlo, col volto divenuto ansioso gli lanciò un'occhiata severa per quei suoi pensieri, poi, fissando lo sguardo su di me, esclamò:

Monica - "Vedi cosa dice",

Agostino - e subito dopo, rivolgendosi a entrambi:

Monica - "Seppellite questo corpo dove che sia, senza darvene pena. Di una sola cosa vi prego: ricordatevi di me, dovunque siate, innanzi all'altare del Signore" (Conf. IX, 11.27).

Agostino – Espressa così come poteva a parole la sua volontà, tacque. Il male aggravandosi la fece soffrire… Al nono giorno della sua malattia, nel cinquantaseiesimo della sua vita, trentatreesimo della mia vita, quell’anima credente e pia fu liberata dal corpo. Le chiudevo gli occhi e una tristezza immensa si addensava nel mio cuore e si trasformava in un fiotto di lacrime. Ma contemporaneamente i miei occhi sotto il violento imperio dello spirito ne riassorbivano il fonte sino a disseccarlo…

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PREGHIERA A SANTA MONICA

Santa Monica, prega per noi,

affinché possiamo avere la stessa fede incrollabile

e lo stesso amore per Dio che hai avuto tu.

Aiutaci a perseverare nelle sfide della vita

e ad avere fiducia nel piano di Dio per noi.

Possa il tuo esempio ispirarci

ad essere servitori fedeli e devoti di Dio,

e possiamo un giorno unirci a te

nel regno celeste. Amen.

SANT’AGOSTINO

 

Aurelio Agostino nacque nel 354 a Tagaste, una piccola città dell’attuale Algeria, l’odierna Souk Ahras.

 Monica, la madre, era cristiana; il padre, Patrizio, era invece pagano e solo alla fine della vita aderì alla fede cattolica.

Agostino muore nella sua Tagaste circondata dai Vandali il 28 agosto del 430, dopo 40 anni di intensissimo e fecondo servizio episcopale, all’età di 76 anni.

 

Le sue intuizioni filosofiche, letterarie e teologiche ne fanno un genio del cristianesimo e dell'umanità intera. Le sue aspirazioni e la sua esperienza spirituale, trasmesse soprattutto con la sua "Regola", hanno segnato e continuano a segnare il cammino ad una schiera innumerevole di uomini e donne, affascinati dalla sua figura e trascinati dal suo esempio


La luce penetrò il nostro cuore!

Signore mio Dio, mia unica speranza, esaudiscimi e fa sì che non cessi di cercarti per stanchezza, ma cerchi sempre la tua faccia con ardore

 

Sant'Agostino

 

 

 

Andate in tutto il mondo!

 

 

“Chi fa esperienza di una gioia profonda non è capace di contenerla in sé; anzi, desidera parteciparla ad un numero sempre maggiore di persone, perché è nella condivisione che se ne apprezza la ricchezza. Questo atteggiamento è ancor più vero quando nel nostro cuore conserviamo la buona novella di Cristo. Chi ha conosciuto Cristo, non può trattenere per sé questo dono: egli ne diviene martire, cioè testimone in parole ed opere. Ogni indugio è rimosso: in qualunque spazio e tempo ci troviamo e dinanzi ad una qualsiasi richiesta, siamo chiamati a rendere ragione della fede che è in noi, perché non avvenga che rinnegando Cristo incorriamo nella sventura di essere rinnegati da Lui nel giudizio finale.”

 

Dai "Discorsi" di sant’Agostino, vescovo (Serm. 260/E, 2)

 

 

 

Testimoni della risurrezione

 

 

“Anche voi, dunque, dite: Non possiamo non parlare di ciò che abbiamo udito; non possiamo non evangelizzare Cristo Signore. Ciascuno lo annunzi dovunque gli è possibile, e così è martire. Capita però, a volte, a certi che non debbano subire persecuzioni ma solo una qualche derisione: eppure si spaventano. Un tale, ad esempio, si trova a pranzo in mezzo a pagani, ed eccolo arrossire perché lo chiamano cristiano. Se ha timore d'un commensale, come potrà tenere incalcolate le minacce d'un persecutore? Suvvia dunque! Parlate di Cristo dovunque potete, con chiunque potete, in tutte le maniere che potete. Quello che si esige da voi è la fede, non l'abilità nel parlare. Parli la fede che vi nasce dal cuore, e sarà Cristo a parlare. Se infatti è in voi la fede, abita in voi Cristo. Avete udito il Salmo: Ho creduto e perciò ho anche parlato (Ps 115, 10). Non poteva aver fede e, insieme, restarsene muto. Chi non dona è ingrato verso colui che l'ha colmato di doni. Ciascuno pertanto deve comunicare le cose di cui è stato riempito. Da lui deve scaturire una fonte che sempre versa e mai si dissecca. Scaturirà in lui una fonte d'acqua che zampilla per la vita eterna (Io 4, 14)..Dio volle avere come suoi testimoni gli uomini, affinché a loro volta gli uomini abbiamo come loro testimone Dio stesso. “(In Io Ep. 1, 2)

 

 

 

 

 

 

 

Toccare Cristo con il cuore: questa è fede sincera!

 

 

"Credetelo così e l’avrete toccato, toccatelo in modo da aderire a Lui; aderite in modo da mai separarvene"

 (Sermo 229/L, 2)

 

E adesso, fratelli miei, Gesù è in cielo. Quando era con i suoi discepoli nella sua carne visibile, nella sua sostanza corporale toccabile, fu visto e fu toccato: ma ora che siede alla destra del Padre, chi di noi lo può toccare? E tuttavia guai a noi se con la fede non lo tocchiamo! Tutti lo tocchiamo, se crediamo. Certo, egli è in cielo, certo è lontano, certo non si può immaginare per quali infiniti spazi disti da noi. Ma se credi, lo tocchi. Che dico, lo tocchi? Proprio perché credi, presso di te hai colui nel quale credi. Ma allora, se credere è toccare, anzi se toccare è credere, come si spiega: Non mi toccare, perché non sono ancora salito al Padre mio (Io 20, 17)? Che vuol dire? Perché vai cercando la mia carne se ancora non comprendi la mia divinità? Volete sapere come questa donna lo voleva toccare? Essa stava cercando un morto, non credeva che egli sarebbe risorto. Hanno portato via il mio Signore dal sepolcro (Io 20, 2); e lo piange come uomo. Oh! Toccarlo! Ed egli, vedendola tutta preoccupata nei riguardi della sua condizione di servo e che ancora non sapeva né gustare, né credere, né comprendere quella condizione di Dio per la quale è uguale al Padre, differisce il toccare, perché sia un toccare più completo. Non mi toccare, dice, perché non sono ancora salito al Padre mio. Tu mi tocchi prima che io risalga al Padre e mi credi solo uomo: che ti giova quel che credi? Fammi dunque risalire al Padre. Lassù da dove mai mi sono allontanato, è per te che io salgo, se mi crederai uguale al Padre. Difatti il Signore nostro Gesù Cristo non è disceso dal Padre lasciando il Padre; e anche nel risalire via da noi non si è allontanato da noi. Infatti quando stava per risalire e sedere alla destra del Padre, disse in anticipo ai suoi discepoli: Ecco, io sono con voi sino alla fine del mondo (Mt 28, 20)

Dai "Discorsi" di sant’Agostino, vescovo (Serm. 229/K, 1-2)

 

Ora noi non abbiamo nessuna possibilità di toccare qualche parte del corpo di Cristo, ma abbiamo la possibilità di leggere quello che di Lui si dice. Tutto nelle Scritture parla di Cristo; purché ci siano orecchie ad ascoltare. (In Io. Ep. tr. 2, 1)

 

 

 

La conversione fa germogliare uomini nuovi!

 

 

Dai "Discorsi" di sant’Agostino, vescovo (Serm 236, 2-3)

 

“Imparate ad accogliere gli ospiti, nella cui persona si riconosce Cristo. O che non sapete ancora che, tutte le volte che accogliete un cristiano, accogliete Cristo? Non lo dice forse lui stesso: Ero forestiero e mi avete accolto? E se gli replicheranno: Ma quando, Signore, ti abbiamo visto forestiero, risponderà: Tutte le volte che l'avete fatto a uno dei miei fratelli, fosse anche il più piccolo, l'avete fatto a me (Mt 25, 35. 38. 40). Quando dunque un cristiano accoglie un altro cristiano, è un membro che si pone al servizio di un altro membro, e con questo reca gioia al capo, che ritiene dato a sé ciò che si elargisce a un suo membro. Ebbene, finché siamo quaggiù, si dia il cibo a Cristo che ha fame, si dia da bere a lui assetato, lo si vesta quando è nudo, lo si ospiti quand'è pellegrino, lo si visiti quando è malato. Queste cose comporta l'asperità del cammino. Così dobbiamo vivere nel presente pellegrinaggio durante il quale Cristo è nel bisogno: ha bisogno nei suoi, pur essendo pieno di tutto in sé. Ma colui che nei suoi è bisognoso, mentre in sé abbonda di tutto, convocherà attorno a sé tutti i bisognosi. E vicino a lui non ci sarà più né fame né sete, né nudità né malattia, né migrazioni né stenti né dolore. So che tutti questi bisogni lassù non ci saranno, ma non so cosa ci sarà. Che tutte queste cose non ci saranno l'ho potuto apprendere; quanto invece a quel che troveremo lassù, non c'è stato occhio che l'abbia visto né orecchio che l'abbia udito né cuore d'uomo in cui sia penetrato (1 Cor 2, 9). Lo possiamo amare, lo possiamo desiderare; durante il presente esilio possiamo sospirare il possesso di un tanto bene; ma non possiamo raggiungere col pensiero né spiegare adeguatamente a parole quel che esso sia, o, per lo meno, io non ne sono capace. Cercatevi pure, o fratelli, qualcuno che abbia tale capacità, e, se vi riuscirà di trovarlo, trascinate da lui anche me insieme con voi perché divenga suo discepolo. Quanto a me, so una cosa sola, che cioè Dio - come dice l'Apostolo - ha la potenza di compiere opere che superano la nostra facoltà di chiedere e di comprendere (Eph 3, 20). Egli ci condurrà là dove si realizzeranno le parole scritturali: Beati coloro che abitano nella tua casa! Ti loderanno nei secoli dei secoli (Ps 83, 5). Tutta la nostra occupazione sarà la lode di Dio. E cosa loderemo se non ciò che ameremo? E null'altro ameremo se non ciò che vedremo. Vedremo la verità, e questa verità sarà Dio stesso, di cui canteremo la lode. Lassù troveremo ciò di cui oggi abbiamo cantato: troveremo l'Amen, cioè Quel che è vero, e l'Alleluia, cioè: Lodate il Signore.”

 

 

 

 

 

 

O Signore, va’ in aiuto a quei discepoli! Spezza loro il pane perché ti riconoscano. Se tu non li riconduci sono perduti. (Sermo 236/A, 3)

 

 

 


Perle di saggezza!

 

 

 

Sant'Agostino

 

 

Pondus meum amor meus, eo feror quocumque feror.

 

Il mio peso è il mio amore; esso mi porta dovunque mi porto. (Confess. 13, 9, 10)

 

 

 

Quis autem veraciter laudat, nisi qui sinceriter amat?

Chi mai loda veramente, se non chi ama sinceramente? (Ep. 140, 18, 45)

 

 

Pedes tui, caritas tua est.

I tuoi piedi sono il tuo amore. (En. in ps. 33, d. 2, 10)

 

 

 

 

 

Dic animae meae: salus tua ego sum. Sic dic, ut audiam. Ecce aures cordis mei ante te, Domine; aperi eas et dic animae meae: salus tua ego sum.

Dì all'anima mia: Io sono la tua salvezza (Ps 34, 3). Dillo, che io l'oda. Ecco, le orecchie del mio cuore stanno davanti alla tua bocca, o Signore. Aprile, e dì all'anima mia: Io sono la tua salvezza. (Confess. 1, 5, 5)

 

 

Doce ergo me suavitatem inspirando caritatem ... Doce me disciplinam donando patientiam, doce me scientiam illuminando intelligentiam.

Insegnami la dolcezza ispirandomi la carità, insegnami la disciplina dandomi la pazienza e insegnami la scienza illuminandomi la mente. (En. in ps. 118, 17, 4)

 

 

 

Amor, qui semper ardes et numquam extingueris, caritas, Deus meus, accende me!

O amore, che sempre ardi senza mai estinguerti, carità, Dio mio, infiammami! (Confess. 10, 29, 40)

 

Da quod amo: amo enim. Et hoc tu dedisti. Ne dona tua deseras, nec herbam tuam spernas sitientem.

Dammi ciò che amo. Perché io amo, e tu mi hai dato di amare. Non abbandonare i tuoi doni, non trascurare la tua erba assetata. (Confess. 11, 2, 3)

 

 

Ama et propinquabit; ama et habitabit.

Ama ed egli si avvicinerà, ama ed egli abiterà in te. (Serm. 21, 2)

 

Da mihi amantem et sentit quod dico.

Dammi un innamorato e capirà quello che dico. (De cons. Evang. 26, 4)

 

 

 

Ogni amore o ascende o discende; dipende dal desiderio: se è buono ci innalziamo a Dio, se è cattivo precipitiamo nell'abisso... (En. in ps. 122, 1)

 

Ibi vacabimus et videbimus, videbimus et amabimus, amabimus et laudabimus.

(Nella città celeste) Là riposeremo e vedremo, vedremo e ameremo, ameremo e loderemo. (De civ. Dei 22, 30. 5)

 

Domine Deus, pacem da nobis - omnia enim praestitisti nobis - pacem quietis, pacem sabbati, pacem sine vespera.

Signore Dio, poiché tutto è tuo, donaci la pace, la pace del riposo, la pace del sabato, la pace senza tramonto. (Confess. 13, 35, 50)

 

I

In concordia Christi omnes una anima sumus.

Nell'unione dell'amore di Cristo siamo tutti una sola anima. (En. in ps. 62, 5)

 

Non est extra nos: in ipsius membris sumus, sub uno capite regimur, uno spiritu omnes vivimus, unam patriam omnes desideramus.

Non è fuori di noi. Siamo nelle sue membra, siamo retti tutti sotto un solo capo, viviamo di un solo spirito tutti e desideriamo tutti una sola patria. (En. in ps. 64, 7)

 

Nonne vides quia perdidisti quod non dedisti?

Non ti accorgi che hai perso quello che non hai donato? (En. in ps. 36, 3, 8)

 

Non stat ergo aetas nostra: ubique fatigatio est, ubique lassitudo, ubique corruptio.

La nostra vita, nelle sue varie età, non s'arresta; e dovunque c'è fatica, dovunque stanchezza, dovunque deterioramento. (En. in ps. 62, 6)

 

In isto deserto, quam multipliciter laborat, tam multipliciter sitit; quam multipliciter fatigatur, tam multipliciter sitit illam infatigabilem incorruptionem.

In questo deserto, siccome in molti modi si soffre, così in molti modi si ha sete. In molti modi ci si stanca, e in molti modi si ha sete di quella incorruttibilità che non conosce stanchezza. (En. in ps. 62, 6)

 

Et diligendo fit et ipse membrum, et fit per dilectionem in compage corporis Christi, et erit unus Christus amans se ipsum.

E amando, anch'egli diventa un membro e per mezzo dell'amore viene ad appartenere all'unità del Corpo di Cristo; e sarà un solo Cristo che ama se stesso. (In Io. Ep. tr. 10, 3)

 

 

Ipsum verum non videbis nisi in philosophiam totus intraveris.

Non potrai vedere la verità se non ti immergerai completamente nella filosofia. (Contra Acad. 2, 3, 8)

 

Hoc esse philosophari, amare Deum cuius natura sit incorporalis.

Esercitare la filosofia è amare Dio la cui natura è incorporea. (De civ. Dei 8, 8)

 

Causa contitutae universitatis, et lux percipiendae veritatis et fons bibendae felicitatis.

La sorgente della costituzione del tutto, la luce della verità che siamo chiamati a raggiungere e la fonte della felicità che siamo chiamati a bere. (De civ. Dei 8, 10, 2)